Come ogni anno, il 29 giugno - che quest'anno cade di domenica - la comunità di Acaya si prepara a celebrare la festa di San Paolo.

La figura dell'Apostolo delle Genti incarna un paradigma di trasformazione radicale che continua a parlare all'uomo contemporaneo con inalterata forza profetica. Di seguito una riflessione del parroco di Acaya, don Valentin Diac.
La festa di San Paolo, celebrata insieme a San Pietro, non è solo un momento per ricordare un apostolo, ma per riflettere su un evento capace di parlare potentemente agli uomini e alle donne del nostro secolo: la sua vocazione. Spesso si parla di conversione di San Paolo, e ci si interroga sul perché si usi questo termine anziché "chiamata", come per gli altri apostoli. La distinzione è cruciale: San Paolo era già un ebreo osservante, non un pagano. Per questo, la sua fu propriamente una vocazione, un'improvvisa e dirompente chiamata a una nuova missione, non un semplice cambio di fede.
La vocazione di San Paolo nacque sulla via per Damasco. Non fu il risultato di una ricerca graduale, ma un evento fulminante. Quel momento drammatico, in cui Saulo fu accecato da una luce divina, segna l'inizio di una vita nuova per lui e offre un potente messaggio per gli uomini di oggi, spesso distratti dalla fede. La via per Damasco deve diventare per tutti noi un simbolo di vocazione, di chiamata personale. In quel percorso si compì un miracolo che cambiò la storia. Paolo stesso racconterà più volte questo episodio, sottolineando come la grazia divina lo abbia "afferrato" mentre perseguitava la Chiesa nascente.
Quella strada rappresenta il luogo dove l'impossibile si realizza, dove la logica umana si arrende davanti alla potenza trasformante dell'amore di Dio. Paradossalmente, la cecità che colpì Paolo non fu una punizione, ma un dono prezioso. Quella cecità fisica gli permise di vedere finalmente la verità con gli occhi dell’anima. Per tre giorni rimase al buio, in un silenzio che divenne preghiera e attesa spirituale. La cecità divenne metafora della condizione umana: spesso dobbiamo perdere le nostre false certezze per accogliere la luce autentica della fede.
La guarigione, operata da Dio tramite Anania, avvenne solo dopo che Paolo ebbe accettato il dono di quella cecità. Il persecutore divenne apostolo, il fariseo zelante si trasformò in missionario instancabile. Questo rinnovamento totale non fu solo esteriore: Paolo acquisì una nuova identità, una nuova missione e un nuovo sguardo sul mondo. La sua trasformazione dimostra che la grazia di Dio può rigenerare completamente l'esistenza umana.
La vocazione di Paolo rappresenta un segnale potente per noi uomini di questo secolo, spesso disorientati e alla ricerca di certezze. In un'epoca caratterizzata da relativismo e crisi della fede, l'esperienza paolina ci ricorda che la verità esiste ed è accessibile. Paolo ci insegna che la fede autentica non è cieca accettazione, ma un incontro personale con Cristo risorto che si manifesta nella sua Chiesa. Per questo su quella via il Signore gli chiese: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?" (Atti 9, 4). La sua testimonianza ci incoraggia a non temere le crisi e i momenti di buio: anche nella nostra "cecità" spirituale, Dio può operare miracoli di trasformazione. La festa di San Paolo ci invita a riscoprire la bellezza di una fede che sa rinnovarsi e rinnovare, capace di trasformare ogni "via di Damasco" in un cammino di luce”.
IL PROGRAMMA DELLA FESTA
Domenica prossima, al termine della messa vespertina delle 19, si terrà la processione per le vie del borgo medievale con la statua di San Paolo, che partendo dalla chiesa madre si concluderà proprio presso la cappella dedicata all’apostolo sita in Via Vanze. Nel corso della serata presterà servizio il Concerto bandistico “Città di Veglie”, concluderà la serata lo spettacolo pirotecnico (Riccardo Longo).


