Domani 22 maggio alle 20, la chiesa parrocchiale della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe in Trepuzzi ospiterà “Il Giglio, il pugnale, il perdono”, un'opera teatrale e di riflessione che narra la vera storia di Santa Maria Goretti, esplorandone il lato umano, la fede profonda e il martirio.

 

 

La rappresentazione, curata dal gruppo attori volontari con testi di Maria Rosaria Camardella, rientra nei solenni festeggiamenti in occasione della festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, nel ventitreesimo anniversario della dedicazione della chiesa.

Attraverso una prospettiva che unisce fede e storia sociale, l'opera esplora la breve esistenza della "piccola martire" e il suo lascito spirituale, offrendo numerosi spunti di riflessione sui temi dell'abuso e della violenza sulle donne.

La vita di Marietta si inserisce in un contesto di estrema povertà, analfabetismo e fatica. Nata a Corinaldo (Ancona) nel 1890, la famiglia Goretti emigrò nell'Agro Pontino in cerca di lavoro. Il 5 luglio 1902, all'età di 11 anni, Maria fu aggredita e pugnalata 14 volte da Alessandro Serenelli, dopo essersi opposta a un tentativo di violenza.

Il giglio è da sempre il simbolo della sua purezza verginale, mantenuta a costo della vita, mentre il pugnale rappresenta l'aggressione brutale subita in un'epoca e in un ambiente dove le condizioni di vita e di degrado favorirono la tragedia. Il perdono rappresenta l'apice della narrazione cristiana. Prima di spirare all'ospedale di Nettuno il 6 luglio 1902, dopo 20 ore di atroci sofferenze e un'operazione senza anestesia, Maria pronunciò parole destinate a fare la storia: "Sì, per amore di Gesù, lo perdono… e lo voglio con me in Paradiso". Questo gesto di misericordia ha un duplice valore: la redenzione dell'assassino e l'eredità spirituale. Canonizzata nel 1950 da Papa Pio XII, è ricordata come simbolo universale di redenzione.

“Spesso si guarda a Santa Maria Goretti solo attraverso l’episodio finale del martirio, ma quel a Dio e quel perdono finale sono stati il frutto maturo di un terreno preparato con cura. La sua era una spiritualità del quotidiano, vissuta in una famiglia poverissima di mezzi ma ricca di fede”. Così don Antonio Bruno, parroco della Santa Famiglia, che ha accolto con gioia la proposta.

Quella "scuola di santità" domestica aveva le fondamenta ben salde sull'esempio dei genitori, che non le insegnavano la fede solo a parole, ma con la dignità nel lavoro durissimo e la preghiera costante, con il rosario serale; sul senso del sacrificio, perché l’amore era servizio. Marietta aveva assunto un ruolo materno verso i fratelli più piccoli dopo la morte del padre, vivendo la carità come cura concreta e silenziosa; e infine sulla purezza come valore positivo, la sua difesa non era dettata da paura o tabù, ma dalla consapevolezza, trasmessa in famiglia, che il proprio corpo è "tempio di Dio”.

“Senza quella base di fede - conclude don Antonio - vissuta tra le mura di casa (la Chiesa domestica), sarebbe difficile spiegare come una ragazzina di undici anni abbia trovato la forza sovrumana di perdonare il suo uccisore. L'eroicità di Marietta è, in fondo, il capolavoro di una famiglia che ha saputo mettere Dio al centro della vita quotidiana”.

Accogliendo l’invito del parroco e del comitato feste, tutta la comunità è invitata a partecipare.

 

 

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