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Laura Fenelli (Parma 1980), laureata in storia dell’arte medievale e dottore di ricerca in storia medievale, ha trascorso periodi di studio presso l’Ehess di Parigi, l’Universität der Künste di Berlino ed il Warburg di Londra. Dal 2007 al 2011 è stata borsista post-doc presso il Kunsthistorisches Institut di Firenze ed attualmente collabora con il British Institute del capoluogo toscano, pubblicando le sue ricerche su riviste italiane ed internazionali. È considerata una delle più autorevoli esperte dell’iconografia e del culto di Sant’Antonio abate. Il suo capolavoro, “Dall’eremo alla stalla”, edito nel 2011, resta una pietra miliare tra gli studi dedicati al grande eremita copto.

 

Prof.ssa Fenelli, quella narrata nel suo libro è una storia incredibile: diavoli celati sotto le forme di procaci fanciulle che seducono scoprendosi la caviglia, eremiti pelosi che si aggirano nel deserto, maialini che scorrazzano per le città seminando scompiglio, soldati blasfemi che fanno il “gesto delle fighe” e finiscono inceneriti… Ma ci tolga un curiosità, com’è nato il suo interesse per Sant’Antonio l’egiziano?

La figura di Antonio, come santo protettore degli animali, mi era familiare sin da bambina. Tuttavia il progetto di uno studio approfondito del personaggio nasce in occasione della mia laurea in storia dell’arte medievale. Le immagini sacre mi hanno sempre affascinata. Volevo scoprire le ragioni storiche di determinate iconografie, riportare alla luce il significato dei simboli che rendevano riconoscibile un santo agli occhi dei fedeli. In questo panorama il caso di Antonio è peculiare: gode di un culto ininterrotto dal medioevo ai giorni nostri in tutto il mediterraneo, è crocevia di incontro tra culture diverse, è amato nel cattolicesimo e nell’ortodossia, tutto ciò ha implicato una fioritura iconografica davvero rigogliosa.

Punto di partenza è stato il notevole corpus letterario antoniano: la biografia atanasiana, la Leggenda di Patras, la Vita di Paolo eremita redatta da Girolamo e poi le pagine di Jacopo da Varazze ed altri ancora. Insomma, una vera galassia di testi! Ma quale relazione esiste tra queste opere?

Certo, le fonti letterarie sono ricchissime. Con ogni probabilità Antonio non fu il primo eremita ma uno dei tanti che intorno al III-IV sec. popolarono il deserto egiziano o altre regioni dell’Oriente. Tuttavia, la Vita, scritta in greco da Atanasio all’indomani del transito del santo, gli assicurò una fama eterna, creando il successo della sua figura che assurse a padre e modello del monachesimo. Quello atanasiano è un testo meraviglioso, avvincente, una sorta di best seller: fu tradotto in latino, copto, siriaco, assiro e trasmesso da numerosi manoscritti. In tal modo divenne, nel corso dei secoli, sorgente di molteplici leggende. Qualcosa compare addirittura nei poemetti abruzzesi, in cui Antonio è dipinto come un contadino costretto a misurarsi con le avversità del lavoro nei campi. Ciò che colpisce, pur nelle metamorfosi di cui il santo è stato oggetto, è la persistenza di un racconto agiografico in tempi lunghissimi: l’Antonio tormentato dai demoni delle pagine di Atanasio non è così lontano dall’Antonio campagnolo cui il diavolo fa i dispetti delle ballate popolari.

Già, il demonio! Le storie delle tentazioni hanno avuto una gran fortuna nell’iconografia. L’episodio di Antonio bastonato dai demoni è molto noto e compare anche sul portale del santuario di Novoli. Celebre è poi la tentazione della lussuria. Gli ultimi cantastorie salentini la raccontano ancora: il diavolo appare nelle vesti di una fascinosa fanciulla che si scopre una caviglia per sedurre il santo…

Facciamo chiarezza. Il motivo della tentazione femminile è accennato appena da Atanasio senza dilungarsi in particolari. Essa viene dunque intesa solo come una tentazione fra le tante. Quello del monaco tentato da una donna è un topos agiografico di matrice francescana. Nei Fioretti si narra di Francesco che seppe resistere alle seduzioni di una bella saracena sdraiandosi in un letto di fuoco. La cosa è interessante perché indica come l’antico culto di Antonio nel Tre-Quattrocento, per resistere alla concorrenza di nuovi santi, dovette essere in parte riplasmato sull’immagine di quest’ultimi attraverso un processo di contaminazione agiografica. Fu così che la vicenda della seduttrice finì tra le tentazioni dell’eremita egiziano.

Atanasio dichiara di non conoscere dove sia la tomba di Antonio. Ad un certo punto però le sue reliquie compaiono in Francia. Perché il santo ha intrapreso questo lungo cammino che dall’Egitto lo avrebbe condotto in Europa?

Partiamo da un dato: nel Duecento era già diffusa la Leggenda di Teofilo che narrava la miracolosa inventio del corpo del santo e la traslazione a Costantinopoli. Dall’XI sec. però le reliquie di Antonio sono custodite in Francia, nel Delfinato. Al fine di rendere ragione di questo fatto, sorgono le leggende del cavaliere francese Jocelino di Guglielmo che, dopo aver combattuto al fianco dei bizantini, porta con sé in patria i venerati resti dell’eremita. Aldilà della verità storica di tali racconti, l’arrivo di Antonio in Europa è da inserire in quel vasto movimento di reliquie importate dall’Oriente nel Medioevo e la provenienza da Costantinopoli era una sorta di garanzia per l’autenticità. Ma il successo del culto è legato alla protezione dalla malattia dell’ignis sacer. Non si trattava dell’herpes zoster, l’attuale “fuoco di Sant’Antonio”, ma dell’ergotismo, una pericolosa intossicazione alimentare causata dal consumo di segale parassitata da un fungo. L’assistenza dei malati implicò la costituzione dell’Ordine Antoniano…

 

Un ordine che non godeva di buona fama se pensiamo al frate Cipolla di Boccaccio, ai versi di Dante o al Trecentonovelle del Sacchetti…

Gli Antoniani sono un ordine sui generis: al contrario di Francescani e Domenicani non hanno un santo fondatore ma scelgono Antonio come patrono in un momento in cui è già veneratissimo. Non possono avere il monopolio del culto ma hanno l’esclusiva della cura della malattia per la quale ci si rivolge al santo. Possiedono strutture ospedaliere avanzate, confezionano il saint vinage versando vino nel reliquiario dell’eremita che viene poi somministrato ai malati e, siccome il grasso suino è necessario per lenire le sofferenze di quest’ultimi, allevano mandrie di maiali che vengono lasciati liberi di scorrazzare con delle campanelle per le città, causando non pochi disagi e le lamentele del Petrarca. Sono un ordine ricco e potente e ciò crea loro ostilità. A questo rispondono incutendo il terrore per lo stesso male che sono soliti curare: diffondono l’idea che Antonio sia un santo tremendo che protegge i devoti ma punisce col fuoco chi arreca offesa ai suoi monaci o tenta di rubare un suo maiale!

Furono dunque gli Antoniani a ridipingere l’iconografia del santo?

Assolutamente. La figura di Antonio, sin dall’arrivo in Europa, aveva già intrapreso un processo di occidentalizzazione, distaccandosi sempre più dall’idea di anacoreta della Tebaide per divenire abate di monastero. In questo  percorso di riscrittura iconografica, gli Antoniani ebbero un ruolo significativo, diffondendo un’immagine del tutto conforme alle proprie attività devozionali. Antonio divenne così un santo antoniano: vestito con l’abito dell’ordine ed associato ad attributi che richiamassero in maniera inequivocabile la missione della famiglia religiosa come il fuoco, la campanella ed il maiale. Diverso è il caso del tau, detto potentia, probabilmente l’unico simbolo legato in antico all’eremita perché di chiara origine orientale, ma che gli antoniani fecero comunque proprio. La pervasività dei simboli connessi all’ordine divenne talmente naturale che, quando gli antoniani si estinsero, le ragioni dell’iconografia vennero dimenticate. Non essendoci più i suini a vagare per le città, i commentatori del Seicento non sapevano per quale motivo il santo avesse per fido compagno un maiale. Si verificò allora una fioritura di nuove leggende nate da immagini che non si era più in grado di decodificare ed il cerchio si chiuse: partito dal deserto, Antonio divenne il patrono delle stalle e delle campagne da invocare per scongiurare incendi o epidemie del bestiame.

 

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