Questa domenica 19 luglio segnerà una tappa fondamentale nel cammino di Lorenzo Metrangolo, giovane figlio della Chiesa di Lecce.

Con il rito dell'Ammissione tra i candidati al diaconato e al presbiterato, l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta accoglierà e custodirà ufficialmente la risposta d'amore di chi ha deciso di spendere la propria vita per l'annuncio del Vangelo.
A soli 22 anni, questo percorso non è una scelta improvvisa, ma il frutto di un seme gettato "sin da piccolo" nella terra feconda della sua comunità d'origine, la matrice di Novoli, e custodito con cura tra gli affetti familiari, i primi passi nel seminario minore di Lecce e la formazione attuale nel Seminario regionale pugliese di Molfetta.
In questa intensa e intima intervista, Lorenzo apre le porte del suo cuore: dai ricordi d'infanzia legati a nonno Pippi e alle figure sacerdotali che lo hanno guidato, fino alle trepidazioni di questi giorni di attesa. Un racconto profondo, intessuto di gratitudine, di sana consapevolezza delle proprie fragilità e di una fiducia incrollabile in un Dio che non si stanca di scommettere sui giovani, spingendoli a guardare oltre ogni confine.
Lorenzo, tra qualche ora sarai ammesso tra i candidati agli ordini sacri del diaconato e del presbiterato, una tappa importante del tuo cammino. Guardando indietro, quando hai iniziato a percepire che il Signore ti stava chiamando e quali persone o esperienze sono state decisive nel discernimento della tua vocazione?
“Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome”. Prendo in prestito solo per un istante le parole del profeta Isaia. Da questa Parola mi piace partire per leggere e rileggere la mia vita e la storia della mia vocazione. Occasione questa che mi permette di leggere le pagine bianche che Dio ha scritto con l'inchiostro del suo paterno e paziente amore. “Sin da piccolo” il Signore mi ha chiamato, mi piace usare questa espressione, la culla della mia vocazione è stata la mia famiglia, i miei genitori ed in modo particolare il mio nonno paterno Pippi, che ora dal cielo guida e accompagna i miei passi. Il suo esempio, la sua fede, hanno fatto sì che un giorno potessi interrogarmi su quella piccola fiamma che destava il mio cuore. Curioso com'ero e sono ancora oggi mi misi in ascolto di ciò che il Signore stava chiedendo alla mia piccola vita, qual era quella di un bambino che già in quinta elementare alla maestra diceva di voler fare il prete da grande.
Accanto all’ambiente familiare quali altri contesti sono stati determinanti per la tua scelta?
Ruolo fondamentale nel discernimento vocazionale è stata la parrocchia dove sono cresciuto, la matrice di Novoli. È stato questo il terreno di cui il Signore si è servito per farmi comprendere quale progetto d'amore aveva per me. Di questa comunità mi sento figlio, tanti volti, tante persone mi hanno visto crescere “sin da piccolo”; da loro mi sento custodito e accompagnato, sin quando da piccolo facevo il chierichetto e per la bassa statura nemmeno mi si scorgeva sull’altare. Figura importante nel discernimento vocazionale è stato il mio primo parroco, don Mimino Vetrugno, il quale mi ha accompagnato nei primi passi, alla ricerca della verità su quel desiderio che avevo e sentivo nel cuore. Don Mimino è per me un modello sacerdotale da cui ho molto da imparare. Sollecitato dalla sua testimonianza di uomo di Dio, di preghiera e di grande austerità, ho potuto scorgere i segni della vocazione nella mia vita. Non da ultimo il mio primo rettore ed ora attuale parroco don Stefano Spedicato, il quale mi ha accolto da adolescente di seconda media alle soglie del seminario minore di Lecce sito in Piazza Duomo. Con cuore di padre mi ha accompagnato nel discernimento facendosi strumento di un discernimento più ampio qual è quello della Chiesa diocesana.
Oltre al seminario, dunque, la parrocchia…
La parrocchia è stato il luogo in cui ho percepito la chiamata di Dio, accompagnato e custodito da tante persone per cui rivolgo la mia gratitudine al Signore per averle poste nel mio cammino di sequela. L'esperienza del seminario minore mi ha fatto sperimentare la bellezza dell'amicizia e della fraternità. Non eravamo in tanti , ma in quei pochi amici che ho incontrato durante gli anni del seminario minore ho riscoperto il volto di fratelli, che Cristo mi ha messo accanto permettendomi di scoprire ancora di più cosa egli volesse da me. Il seminario minore ha assunto per me un ruolo significativo, dal “gioco” che spingeva me e altri miei coetanei a stare in seminario sì è passati ad un “giocarsi “per Dio e per gli altri. Sono stati gli anni della formazione umana e spirituale, che senz'altro non potrò mai dimenticare, riconosco in essi i frutti che oggi provo a raccogliere con semplicità e gratitudine.
L’Ammissione agli ordini rappresenta un “sì” ancora più consapevole alla chiamata di Dio. Come hai vissuto il tempo di preparazione, sia dal punto di vista umano che spirituale, e quali sentimenti abitano oggi il tuo cuore?
Gli ultimi, soprattutto, sono stati giorni carichi di emozione e di sorpresa. Non è facile trattenere ciò che nasce dal cuore, soprattutto quando in questi giorni, camminando per Novoli, ho incontrato le persone che “sin da piccolo” mi hanno cresciuto come un figlio. Ogni giorno mi rendo conto sempre di più che il Signore non si stanca di scommettere sulla mia giovane vita di 22 anni, nonostante le mie mancanze e le mie infedeltà. Anzi, mi piace pensare che proprio attraverso queste fragilità Egli continui a mostrarmi il suo cuore di Padre: non abbandona il gregge, ma si mette dietro e accanto a ciascuno di noi, come fece con i discepoli di Emmaus. Sono stati giorni intensi, accompagnati da una preghiera profonda. Porto con me una breve invocazione nata durante gli esercizi spirituali a Fasano, vissuti insieme ai compagni del Seminario regionale. Al Signore della vita, fonte di ogni vocazione, mi rivolgo così: «Forse non ti avrò compreso, ma mi basta sapere che tu, Signore, mi sei fedele». Alla luce di questa fedeltà che mi precede e mi custodisce, oggi pronuncio il mio “sì” al Signore perché lo accolga, lo custodisca e compia in me la sua volontà.
La tua vocazione è nata nella comunità di Novoli, è cresciuta nella Chiesa diocesana e oggi si forma in un seminario che riunisce giovani provenienti da tutta la Puglia. Come vivi il rapporto con la tua comunità d’origine e con la diocesi e, al tempo stesso, quale idea di Chiesa stai maturando: una Chiesa capace di guardare oltre i confini territoriali, aprendosi all’universalità del Vangelo e alle sfide del nostro tempo?
Sono particolarmente legato alla comunità di Novoli e, in modo speciale, alla comunità parrocchiale. Con essa ho un legame molto forte, viscerale oserei dire, proprio perché mi ha visto crescere in diversi modi e tempi. Questa celebrazione si colloca in una fase di passaggio che la comunità di Novoli sta vivendo in questi giorni. La piccola porzione di Chiesa che è in Novoli è chiamata a ripensarsi come comunità, unita in cammino dietro al Maestro. È anche questo un segno della provvidenza di Dio: ci spinge ad abbattere i confini territoriali delle parrocchie e ci permette di gustare la bellezza di un cammino fatto insieme, certamente lento ma ben radicato. È un cammino faticoso, carico di attese e anche di timori. A questo proposito mi piace rileggere tutto alla luce di ciò che l’evangelista Luca ci consegna: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Sia questa la Parola che oggi il Signore consegna alla comunità di Novoli in questo tempo di passaggio, perché non si lasci prendere dalla paura, ma si senta parte di un battito ancora più ampio: quello della Chiesa universale e diocesana. L’immagine di Chiesa che porto con me è quella di una Chiesa sorretta dallo Spirito Santo, capace di discernimento per leggere i segni dei tempi interpretandoli alla luce di un disegno e di un progetto più grande, che è quello di Dio.


