L’attesa sta per finire a Merine per uno degli appuntamenti più sentiti, partecipati e identitari del territorio salentino.

Quest’anno, nei giorni del 17, 18 e 19 luglio, la comunità si stringerà nuovamente intorno alla famosa "Sagra te lu ranu”. Un evento che va ben oltre la semplice dimensione gastronomica o ricreativa, configurandosi come il culmine di un intenso cammino comunitario e pastorale vissuto lungo tutto l’anno. Abbiamo rivolto alcune domande al parroco, don Luca Nestola, per comprendere a fondo i valori religiosi, sociali e umani che animano questa storica manifestazione.
Don Luca, il grano è il simbolo biblico per eccellenza del nutrimento e della Provvidenza. In che modo la Sagra te lu ranu riflette, per la comunità di Merine, il senso cristiano del ringraziamento per i frutti della terra?
Sì, credo che questa prospettiva del ringraziamento sia andata aumentando negli ultimi anni, così come la relativa consapevolezza all'interno della comunità. Negli ultimi tempi, infatti, è accaduto un fatto che ha parzialmente modificato la sagra nei suoi aspetti originari. Quando don Piero Quarta la pensò per la prima volta, la concepì principalmente come un momento di comunione tra i membri della comunità, volto a offrire uno slancio di partecipazione e condivisione. Negli ultimi anni, invece, la sagra è diventata una sorta di itinerario annuale. Già nel mese di gennaio, quando si semina il grano, noi viviamo concretamente questo momento nelle nostre campagne merinesi. Abbiamo due o tre siti specifici dove coltiviamo il grano, coinvolgendo attivamente i ragazzi delle scuole e della catechesi. In questo modo, si è consolidato un rapporto del tutto particolare con la terra.
E che cosa sono gli “orti di comunità” che qui a Merine ormai tutti conoscono?
Gli "orti di comunità", sono divenuti ormai un elemento essenziale e importante della manifestazione stessa. Si coltivano pomodori, melanzane e altri ortaggi in spazi dove anziani e giovani partecipano insieme. Lì si tocca con mano non solo il bisogno e ciò che la terra ci dona, ma anche il valore dell’apporto umano: la fatica di innaffiare, la preparazione del terreno e il momento della raccolta. Questo itinerario viene poi rafforzato da diverse attività, come i laboratori della pasta fatta in casa o le iniziative con i bambini durante il Grest e le vacanze natalizie. Tutto questo fa sì che la sagra sia, in fondo, l’evento culmine di un intero cammino che si sviluppa lungo tutto l’anno pastorale. Toccare con mano come la terra produce i suoi frutti, all'interno di questo rapporto tra l'uomo e la natura, genera una consapevolezza profonda che oggi non è affatto scontata.
Per una Chiesa al passo con i tempi, che vuole uscire dalle mura sacre, quanto è importante mantenere la missione pastorale e come deve coniugarsi con la contemporaneità dei social, dove la visibilità sembra essere tutto?
I cambiamenti del mondo sono sotto gli occhi di tutti ed è evidente che alcuni parametri con i quali la mia generazione e quelle precedenti sono cresciute oggi non esistono più. Tuttavia, è qualcosa che meraviglia sempre vedere come il contatto tra anziani e giovani si riesca ancora a mantenere vivo attraverso alcune forme concrete. Venire in questo periodo in oratorio e osservare le nonnine che, insieme ai bambini, preparano le orecchiette a mano o selezionano il grano e i ceci, è bellissimo. Si manifesta una interrelazionalità che oggi è merce rara ed è difficile da trovare nel contesto sociale in cui viviamo. La sagra riesce a custodire e mantenere questo aspetto così interessante. La Chiesa oggi ha certamente bisogno di spazi nuovi dove annunciare il Vangelo. La Chiesa è presente l’uomo e dove c’è l’uomo, la Chiesa deve esserci. L’annuncio del Vangelo è qualcosa di così bello che non può rimanere trattenuto dentro le mura di un edificio sacro o negli ambienti prettamente ecclesiali. Bisogna creare ponti e relazionarsi con tutti, senza dubbio, ma senza perdere lo specifico che ci appartiene. Gesù ha detto: "Siate nel mondo, ma non del mondo" ed è questo il parametro sul quale dobbiamo muoverci e continuare a operare. Se è vero che il mondo è cambiato, è pur vero che in questo contesto di grande confusione e sofferenza, anche personale, c'è un forte bisogno di scommettere sulle relazioni umane. Per questo, tutto ciò che favorisce la relazione all'interno di una comunità è sempre benvenuto.
Molti giovani collaborano alla realizzazione della sagra. Cosa significa per lei vedere la nuova generazione di Merine farsi carico di una tradizione così antica da tramandare?
Incontrare così tante persone attraverso la sagra - comprese quelle che non sempre frequentano la chiesa o la messa - rappresenta una grande occasione di evangelizzazione. È evidente che la parrocchia non sia una pro loco; esiste sul territorio con una missione ben specifica, che è appunto l'annuncio del Vangelo da rivolgere a tutti, proprio come ci ricordava Papa Francesco quando parlava di una "Chiesa in uscita". Questo percorso ci offre l'opportunità di favorire le relazioni e, al tempo stesso, la missione evangelica, cercando sempre di costruire rapporti belli secondo lo spirito del Vangelo. Ci teniamo molto a questo aspetto, affinché rimanga qualcosa di significativo sotto il profilo umano. I giovani che partecipano vengono volentieri e si adoperano attivamente. Per noi diventa un modo per incontrarli, stare con loro, avvicinarli e dialogare anche sulle loro vicende personali, creando veri e propri ponti. Anche il fatto stesso che la sagra si svolga interamente all'interno dell'oratorio ha un suo valore. Non si tratta di una scelta di comodo, ma quasi di una necessità, date le regole e le normative sempre più stringenti che disciplinano le attività esterne e la distribuzione di alimenti e viveri. Tuttavia, l'essere in oratorio valorizza profondamente questo luogo, che vuole essere lo spazio in cui la comunità scommette con convinzione sia sull'educazione sia sulla relazione.


