Non esiste autentica e verace esperienza religiosa, se essa è incapace di accorgersi della sofferenza concreta delle persone e rimane pura teologia disincarnata.

 

 

Non è stato l’errore di Santa Teresa di Calcutta, che ha pronunciato il suo sì di tutto cuore a Dio ed ha riservato un luminoso sorriso per ogni persona, specialmente gli ultimi degli ultimi, i più poveri. Pertanto, domenica scorsa, 6 settembre, un piccolo gruppo di fedeli della comunità di San Sabino in Lecce si è ritrovata insieme con il suo parroco, don Sandro Quarta, in Piazza Madre Teresa, per il consueto atto di culto verso Lei, per antonomasia “la matita di Dio”, come era solita autodefinirsi. E, al suo esordio, ai prodromi della messa, don Sandro ha detto: “La liturgia ci parla del rapporto con l’altro, con la comunità, ci fa comprendere come bisogna intervenire verso chi sbaglia nelle nostre piccole e grandi relazioni: lo rimarca in questo contesto, nel giorno successivo alla memoria liturgica della santa, che ci insegna il valore della carità”.

Nell’omelia il parroco ha proseguito: “Leggendo la nota, odierna pericope del Vangelo, mi è venuta in mente l’immagine di Caino, quando, dopo l’esecranda uccisione di Abele, Dio gli chiede conto del suo macabro gesto ed egli dà una risposta che lapalissianamente è un secondo omicidio e non sua motivazione: “Sono forse io il custode di mio fratello?”, cioè, detto con un brincello di parole: “Con mio fratello non ho alcun rapporto, non ho nulla da spartire”. La dinamica del brano evangelico fa comprendere che, se Caino uccide il fratello e non vuole alcuna relazione con lui, invece il cristiano, il discepolo, la persona umana è chiamata ad essere custode dell’altro e sono molteplici gli esempi biblici, che esplicitano tale tipo di rapporto. Però, occorre prima contestualizzare il brano: a Cesarea di Filippo. Gesù ha appena redarguito Pietro con Il famoso “Vade retro, satana”, perché costui non voleva accettare la logica della croce. Ma Pietro non può essere condannato, e Gesù ne trae spunto per palesare quale debba essere il rapporto con il peccatore. Oggi, la tv veicola lo slogan per cui, se ti fai giustizia da solo, sei un eroe. È chiaramente un progresso granchiesco, un ritorno al passato. Allora, come rapportarsi con chi sbaglia, dopo l’ammonimento, un confronto con due testimoni e con la comunità, poiché non si è giustizieri? Del fratello è la comunità che si prende carico, come custode dell’altro, perché entrambi creati a immagine e somiglianza e per essere in relazione con Dio, con se stessi, con il mondo, col creato e con gli altri. E poi, come Gesù aveva detto a Pietro, la comunità ha lo stesso potere di legare e sciogliere in essa, per essa e con essa. E ciò si manifesta nella preghiera, dal momento che ha affermato Gesù: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome là sono in mezzo a loro”. Tutto si svolge nella comunità: la preghiera, l’azione, il rapporto con l’altro, soprattutto con chi sbaglia. Non siamo soli, isolati né monadi, enti a sé stanti, ma siamo come popolo, come figli creati, un unicum, in cammino”. Santa Teresa di Calcutta non giudicava la storia, il peccato, le persone con cui veniva a contatto, ma guardava il loro volto, per entrare in relazione con esse. Non discriminava se fossero induisti o cristiani o mussulmani, intoccabili o di altre estrazioni sociali, perché aveva compreso proprio questa pagina del Vangelo ed intuito, con le sue sorelle, il valore della preghiera, del legare e dello sciogliere. E così don Sandro, ha concluso la celebrazione, dicendo: “Che Madre Teresa ci guidi nel nostro cammino e nelle nostre immancabili difficoltà quotidiane”. Al calar del sole, sulla piazza già inondata dalle diafane luci dei lampioni, si è sciolta l’assemblea cantando a Maria.

 

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Mi curo di te, la sanità nel Salento. Radio Portalecce