Hai il sistema catecolaminergico in tilt? Ti sei arenato in futili dvandva? Non hai gatti che facciano bunting tra le tue gambe? I Santi Medici anargiri si sono momentaneamente eclissati?

Non guardare torvo ed avvinto dall’ipocondria. La soluzione esiste: rivolgiti alla compagnia teatrale “Gli amici di Raniero”, che tutti i mali scaccia via, regalandoti serate di puro divertissement con la commedia in due atti, in vernacolo leccese, “Lu tormentu te lu testamentu”, scritta da Chiara Caniato e da lei interpretata con la partecipazione e complicità di Tamara Vincenti, Daniele Pedone, Giada Cillo, Flavia Gea Romano, Luigi Bergamo, Mimmo Bardinella, Sofia Caricato e Francesco Lo Deserto.
Alla presenza del parroco don Sandro Quarta, in memoria di Antonio Congedo, pilastro della comunità di San Sabino in Lecce, prematuramente scomparso, e con i proventi, per sua espressa volontà, devoluti all’sssociazione “Il mantello di San Martino”, che presta la sua opera umanitaria di assistenza e cura ai pazienti inguaribili nella fase più delicata della loro malattia presso l’hospice di San Cesario, sabato scorso gli attori si sono esibiti nell’esilarante e catartico spettacolo, nel piazzale parrocchiale, registrando subito il sold out.
Dopo un anno di assenza, la compagnia, che a novembre scorso è diventata un’associazione, ha voluto ricordare con le parole della presentatrice Serena Merico “che ci sono legami che resistono all’usura del tempo e persino allo spazio e come il teatro riesce ancora oggi a riunire le persone, farle ridere e riflettere insieme”.
Ambientata in una villa di campagna salentina, dove ha messo radici l’antica famiglia aristocratica Scajazza, orgogliosa del suo blasone, la commedia è intrecciata intorno ad una tormentosa eredità, che costituisce il fil rouge ed il nesso di tutta l’azione dei i suoi protagonisti: Don Anacleto, barone impantanato nei ricordi del suo glorioso passato, Dante, suo figlio, incapricciato di Beatrice, Cerasina, governante fedele e sincera, unica mente pragmatica della casa, e Donna Clemenzia, in specie smemorata, ma de factu capace anche di vedere con un nitore unico e inimmaginabile la realtà. Però, nella storia è soprattutto contemplato lo iato tra gli Scajazza e la famiglia De Sepulcris, esuberante, rumorosa, con un modo differente di concepire la vita, le fragilità, il mondo. E dal canovaccio si evincono i temi del valore dei legami, del bisogno di sentirsi riconosciuti e il problema cogente della demenza senile. Insomma, una rappresentazione originale, che, come una lente d’ingrandimento, si introietta potentemente nei nostri vissuti quotidiani ed in cui ob torto collo risus abundat.

