Il campanile di 45 metri svetta già da chilometri e anticipa l’arrivo di una nuova chiesa nel tessuto urbano della città. È la chiesa di San Vincenzo de’ Paoli e San Pio da Pietrelcina, in costruzione lungo la Via vecchia per Carmiano, destinata a diventare il secondo campanile più alto di Lecce e della diocesi.

A guidare il cantiere e la nascente comunità parrocchiale è don Fernando Doria, già noto per aver portato a termine la chiesa di San Massimiliano Kolbe alla 167C. Il progetto prevede non solo l’aula di culto, ma anche oratorio, strutture sportive, spazi di accoglienza e casa canonica, affacciati sul paesaggio delle “Tre colline”, luogo storico delle scampagnate di Pasquetta per i leccesi.
Con lui abbiamo fatto il punto sullo stato dei lavori, sui tempi previsti per l’apertura al culto, sulla scelta del titolo della chiesa e sui dettagli architettonici e artistici che caratterizzeranno il nuovo spazio liturgico.
Don Fernando, a che punto siamo con i lavori della nuova chiesa di San Vincenzo de’ Paoli e San Pio da Pietrelcina? Quali strutture sono già realizzate e quali mancano per completare l’edificio di culto?
Siamo all’80% della costruzione. Avevamo l’obiettivo di chiudere tutto nel 2022, ma poi è arrivato il Covid e ha fatto schizzare i prezzi. A quello si è aggiunto un disordine nella direzione che ha rallentato l’esecuzione dei lavori per quasi tre anni. Nel presente abbiamo già quattro sale adiacenti realizzate e stiamo ultimando in questi giorni il tetto. La Cei, grazie anche al grande all’interessamento dell’attuale arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta, ha approvato un nuovo finanziamento per finire tutti i locali parrocchiali. Poi ci sarà il parco parrocchiale e le strutture esterne. Ci tengo a dirlo: siamo una delle pochissime parrocchie in Italia che ha onorato gli impegni richiesti dalla Cei. La Cei finanzia il 75% nella realizzazione delle opere, il 25% lo deve versare la parrocchia. Non c’è stato l’intervento di nessun benefattore esterno ad aiutarci ma solo la Provvidenza, che si è servita della generosità dei fedeli che sono riusciti a coprire l’intera somma.
All’inizio si parlava di un’intitolazione a San Pio da Pietrelcina, con l’ipotesi “San Vincenzo de’ Paoli e San Pio da Pietrelcina”. È ancora così o la scelta del titolo è cambiata? Su cosa si è basata la decisione?
La chiesa sarà intitolata a San Vincenzo de’ Paoli e a San Pio da Pietrelcina. La parrocchia cambierà nome per rispettare la genesi e lo sviluppo della comunità. Questa parrocchia che ora sta producendo frutti ha delle radici profonde: l’evangelizzazione avvenuta negli anni ’70-’80 da parte dei Vincenziani, che qui avevano costituito un centro parrocchiale per un borgo di 500 persone. L’allora arcivescovo di Lecce, mons. Domenico D’Ambrosio aveva proposto l’intitolazione a San Pio da Pietrelcina ma la devozione a San Vincenzo qui è fortissima e i parrocchiani hanno voluto mantenere il nome originario della comunità parrocchiale. Per amore di verità mi sono detto: “questa comunità deve l’evangelizzazione ai Vincenziani, e le radici non si cancellano”. Mi sono chiesto: “questo quartiere a chi deve la sua nascita alla fede?”. La risposta era chiara.
Il complesso prevede chiesa, oratorio, strutture sportive, accoglienza e casa canonica. Ci si immagina che questo spazio diventi presto un punto di riferimento per le famiglie, i giovani e le persone più fragili del quartiere. Quando prevede che la chiesa potrà essere aperta al culto? Ci sono date o tappe precise per la conclusione dei lavori dell’aula liturgica?
Se i lavori riprenderanno con continuità, ipotizziamo che entro fine anno ultimeremo la realizzazione dell’aula liturgica e di completare il resto nel 2027. Per la dedicazione aspettiamo la bella stagione: con la grande affluenza di gente che si prevede arriverà non si può rischiare di sbagliare il giorno. L’obiettivo è che il complesso diventi un punto di riferimento non solo per le famiglie, i giovani e le persone più fragili del quartiere, ma per tutta la città. Abbiamo a disposizione una struttura di 20mila metri quadrati: cosa che non ha nessuna parrocchia a Lecce. Sono contento che una cosa straordinaria venga fatta in periferia. La periferia non può sempre scrivere in minuscolo. Qui ci sarà spazio per tutti, perché la Chiesa deve dare grandi attenzioni dove a livello sociale e politico a volte mancano. Dopo 48 anni trascorsi in tre periferie di Lecce, posso dire che delle periferie o ti innamori o te ne scappi. Io ho scelto di restare.
Ci descriva l’aula di culto: come sarà disposta, quale capienza avrà e quali materiali sono stati scelti per struttura e finiture. C’è un’idea architettonica o liturgica che guida lo spazio interno?
Penso che potranno essere accolte tra le 300 e le 500 persone. Lo spazio liturgico è stato pensato in modo tale da non occupare tutti gli ambienti con i banchi per non creare barriere architettoniche inutili. Una navata centrale sarà piena di banchi, il transetto sarà libero perché abbiamo voluto pensare alla possibilità di vivere insieme una liturgia non statica ma dinamica. Possiamo dire che è stato il libro dell'Apocalisse ad ispirarci nella progettazione anche della liturgia. In particolare, il brano dell'Apocalisse che parla della rivelazione del Risorto. Abbiamo preso lo spunto dal versetto del capitolo settimo (Ap 7,3) in cui in cui un angelo ordina ai quattro angeli devastatori: «Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finché non avremo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi». Ebbene, abbiamo pensato alla chiesa come un tau, proprio il sigillo del Dio vivente che segna questo terreno, che benedice già questo terreno rivolto a oriente, punto in cui sorge il sole, come venivano progettate le chiese una volta. Ho chiesto all’architetto Angelo Molfetta di non posizionare la facciata sulla strada, come tante altre chiese. La porta sulla strada è come il saluto finale a fine messa. Io voglio il contrario: la facciata deve stare all’interno di un’area di 80 metri. Dopo la messa le persone dovranno incontrarsi, sedersi, prendere il caffè, parlare. I bambini dovranno giocare. Deve vedersi la comunità che si aggrega, che si conosce. Nelle nostre chiese già non ci guardiamo in faccia durante la celebrazione, figuriamoci all’uscita. Qui invece ci saranno grandi tavoli, angoli dove fermarsi, barbecue. La domenica chi vuole potrà andare a pranzare nel prato.
Chi sono gli autori delle opere d’arte, degli arredi e delle vetrate previste all’interno? Ha coinvolto artisti o artigiani del territorio per gli elementi sacri?
Per quanto riguarda la realizzazione dei poli liturgici è stato coinvolto l'architetto Michele Carrafa di Termoli. Le opere sono state realizzate in marmo di Carrara e c'è una connessione fra tutti i due poli secondo quelle che sono state le indicazioni della Conferenza episcopale. Tutta l'aula liturgica ruota intorno alle due mense, la mensa del corpo di Cristo, l'altare, e la mensa della Parola. L'altare, che rappresenta proprio la tomba di Cristo, e il monumento della sua Risurrezione che è l'ambone, con un'opera che proporrà l'immagine del giardino della Risurrezione dove ci sono le donne mirofore che vanno al sepolcro e incontrano l'angelo che annuncia la Risurrezione. L'ambone è proprio, infatti, il luogo da cui viene annunziata la Risurrezione. Accanto all'ambone poi verrà collocato il trono del Risorto, quello che viene chiamato il portacero pasquale, ma sarà un vero e proprio trono alto circa 2 metri 80, opera del professor Auro Salvaneschi che rappresenta la Chiesa in cammino verso la Parusia, verso la contemplazione della luce. L'idea che ci ha ispirato è stata quella della visione giovannea del capitolo settimo dell'Apocalisse, del Paradiso, l'immagine della chiesa terrena che annuncia la chiesa celeste e che drammatizza la liturgia del cielo laddove tutti i beati sono riuniti intorno al trono dell'Agnello. Ci sarà la cappella del Santissimo, anche questa in marmo di Carrara, la custodia eucaristica è stata progettata in argento da parte sempre dell'artista Carrafa. Sarà realizzato anche un luogo dove saranno esposti i libri sacri per dare lustro e il giusto valore alla Parola ed educare i fedeli all’importanza della Sacra Scrittura. Sull'abside sorgerà una grande vetrata alta 12 metri. Il sole che sorge illuminerà la vetrata dell'abside che rappresenterà l'apparizione del Risorto che viene narrata nell'Apocalisse. Invece la facciata avrà una grande vetrata di 25 metri che è un po' l'annunzio dell'evangelizzazione nuova, ad extra. Entrambe le vetrate verranno realizzate dalla ditta Poli di Verona. Al momento, invece, stiamo ultimando il tetto in lamiera di alluminio verde. Abbiamo anche chiesto l'aiuto di artisti come “Apostolato Liturgico” di Roma le cui suore mi hanno già aiutato in passato. Niente è scelto a caso, niente è dozzinale. Tutto ha un tema, tutto parla. Vogliamo che ogni elemento racconti qualcosa, che porti in sé un’impronta di bellezza che faccia avvicinare a Dio. Adesso non abbiamo niente, celebriamo senza spazi sufficientemente idonei, ma poi avremo la possibilità di vivere tutte le celebrazioni con il dovuto decoro.
Don Fernando, la nuova chiesa sta per diventare il secondo campanile più alto della città e della Diocesi, con i suoi 45 metri visibili dalla tangenziale ovest. Quale segno vuole lasciare questa opera per il quartiere delle Casermette e per tutta Lecce? C’è qualche curiosità tecnica o simbolica che i lettori dovrebbero conoscere su questa parte dell’opera?
Il progetto iniziale era ancora più mastodontico, ma non essendo stata consultata la comunità parrocchiale questo ha generato la bocciatura da parte della commissione della Conferenza Episcopale e quindi il rifacimento della prima idea progettuale che non era adeguata, non era a misura delle esigenze di questa comunità. Mi sono trovato questa responsabilità sulle spalle senza volerlo, ma l’ho accettato per volontà di Dio. Voglio che questo campanile dica una cosa semplice: la periferia merita bellezza e attenzione. Chi sta facendo questa cosa oggi si chiama don Fernando Doria, domani potrebbe avere un altro nome. Non importa. Importa che chi passa in tangenziale e lo vede da lontano capisca che anche qui c’è cura, c’è futuro, c’è una comunità che vale quanto quelle che si trovano in centro storico.
La nuova comunità parrocchiale sorgerà in via vecchia Carmiano, in una zona segnata dalla presenza delle due importanti caserme militari e vicina alle “Tre Colline”, luogo storico di Pasquetta per i leccesi. Quanto è importante recuperare e valorizzare questa memoria popolare?
È fondamentale. Le “Tre colline” sono il luogo storico delle scampagnate di Pasquetta per i leccesi. Vogliamo che il parco parrocchiale diventi un prolungamento di quella memoria, ma che abbia anche un senso nuovo.
Il parco si chiamerà “Parco di Lavinia”, in memoria di una bambina andata in cielo prematuramente a causa di una grave malattia, i cui nonni, i coniugi Lezzi, hanno contribuito all’acquisto di attrezzature per bambini. Realizzeremo un percorso con gli alberi della Bibbia: i bambini, guidati dalle catechiste, hanno cercato tutti quelli citati nelle Scritture e per ognuno hanno trovato le frasi bibliche corrispondenti. Davanti a ogni albero metteremo una formella di maiolica con la frase biblica. Così gli alberi ci aiuteranno a pregare e contemplare, nello spirito francescano. Al centro del parco sorgerà anche una statua di San Francesco. È un modo per fare educazione ambientale, per rispettare la creazione e per legare la memoria popolare della Pasquetta a una memoria di fede. Ci saranno manifestazioni, festival, spettacoli per bambini. Vogliamo che questo luogo parli anche attraverso la natura.
Quando l’opera sarà completata, quale sarà la prima immagine che spera di vedere la domenica nella nuova chiesa?
La prima immagine che spero di vedere è la gente fuori, seduta ai tavoli, che parla, che prende il caffè, i bambini che giocano nel prato. Che la messa non finisca con l’“andate in pace” e tutti a casa. Qui deve nascere comunità. All’uscita le persone devono conoscersi, fermarsi, condividere. Voglio vedere famiglie, giovani, anziani, persone fragili insieme. E se un giorno si volesse fare una casa-famiglia per sacerdoti anziani e malati, i locali ci sono. Dopo aver donato la vita alle parrocchie, noi preti andiamo sempre nelle case di riposo. Qui troverebbero ossigeno, campagna, parcheggio, contatto con la parrocchia per celebrare. Ho detto al vescovo: questo deve essere un centro a servizio della città. Con il Covid siamo stati tutti smembrati, ora c’è un processo di ricomposizione. E questa chiesa, con i suoi spazi, può aiutare quella ricomposizione.
Photogallery di Arturo Caprioli.

