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“Vi benedico in vita mia e dopo la mia morte, come posso e più di quanto posso, con tutte le benedizioni, con le quali lo stesso Padre delle misericordie benedisse e benedirà in cielo (Cfr. 2Cor 1,3 e Ef 1,3) e in terra i suoi figli e le sue figlie spirituali, e con le quali ciascun padre e madre spirituale benedisse e benedirà i suoi figli e le sue figlie spirituali”.

 

 

Sono queste le parole che il cuore di ogni fedele ha sentito sensibilmente riecheggiare nelle orecchie e soprattutto nell’animo durante le celebrazioni per la solennità di Santa Chiara d’Assisi vissuta intensamente e in profondo raccoglimento insieme alle sorelle clarisse, figlie della Santa di Assisi, nel loro monastero leccese. Sono le parole che la santa di Assisi rivolse alle sue sorelle e a tutti coloro che avrebbero camminato nella vita sulla via del vangelo alla scuola della sua spiritualità.

Si è percepita la sua benedizione durante la celebrazione del suo beato transito da questo mondo al Padre. Ha presieduto i primi vespri solenni nel Transito della Santa il guardiano del convento dei frati minori di Lecce, fra Antonio Giaracuni ofm. Nella sua meditazione offerta a tutti i presenti durante la celebrazione, l’accento è stato posto su un particolare aspetto della vita della santa: “Chiara, una vita spesa per il Signore e per i fratelli e sorelle che ha incontrato”.

 

 

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Una vita, la sua, donata e offerta a Dio e proprio per questo trasformatasi pure in dono per gli altri. Un dono donato da lei fino alle estreme conseguenze perché nell’offerta di sé c’è sempre la pienezza dell’amore. Un dono vissuto fino alla fine senza mai risparmiarsi nelle fatiche e nella continua ricerca di Dio e del suo amore. Le fonti, infatti, informano che Chiara soffrì molte malattie dall’età di circa 29 anni fino alla sua morte, per circa quarantadue anni. Così infatti ha chiosato fra Antonio: “Ella ha sempre fatto riferimento alla ricerca costante del volto di Dio, essenza della vita monastica. Da lei impariamo l’atteggiamento della fiducia perché nei lunghi anni della sua malattia si è sempre affidata a Lui”. Fiducia, ma anche gratitudine ha abitato il cuore della “pianticella del beato Francesco”. Alla fine della vita infatti Chiara è uscita dalla scena di questo mondo usando espressioni di indicibile bellezza suscitando stupore e curiosità nei presenti al suo Transito a San Damiano la sera del 10 agosto 1253: “E tu, Signore, sii benedetto che mi hai creata”. Ecco chi è Chiara: una donna santa perché donata totalmente a Dio e agli altri e riconciliata con se stessa perché grata per ciò che ha vissuto.

Il culmine della solennità è stato raggiunto con la solenne concelebrazione eucaristica vespertina presieduta da mons. Michele Seccia, arcivescovo metropolita di Lecce, e da alcuni sacerdoti. L’ascolto della Parola di Dio ha gettato nuova luce sulla vita e l’esperienza di Chiara d’Assisi: il suo amore - filiale nei confronti del “Padre delle misericordie”, fraterno nei confronti delle sue sorelle, e universale perché aperto al mondo intero com’è proprio della vita monastica - è sempre e prima di tutto amore sponsale. È la nuzialità la dimensione ultima e fondamentale dell’esperienza umana e cristiana e quindi anche clariana e monastica. “L’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”: le parole del profeta Osea ascoltate dai presenti sono la sintesi del desiderio e del progetto di Dio per l’umanità e per ogni uomo e ogni donna di tutti i tempi: far felice il cuore e la vita donando comunione, relazione con Lui e dunque fraternità. Sempre l’uomo e la donna, qualsiasi sia la loro vocazione, vivono tale specifica dinamica: tutto infatti è coinvolto in una dinamica e logica relazionale e nuziale. Perfino il creato non è dispensato dal vivere tale feconda dimensione che è, come ha specificato l’arcivescovo, essenzialmente anche eucaristica. “Questo è il segreto principale della santità di Chiara: l’Eucaristia fonte dell’amore”. L’amore, se è tale, però esige pienezza, radicalità, proprio quella del Vangelo, quella vissuta da Chiara e che può esser vissuta da tutti i cristiani: “La via della perfezione evangelica seguita da Chiara è la via della radicalità della sequela Christi che è anche la via di ogni cristiano di tutti i tempi ed anche e soprattutto del nostro tempo”.

La Parola evangelica proclamata nella solennità ha presentato Cristo Gesù come vite che dà linfa ai tralci cioè alla Chiesa e a ciascun cristiano. Così è stato anche per Chiara, ha affermato mons. Seccia: “E’ stato il suo rimanere unita a Cristo e con Cristo come il tralcio alla vite che le ha permesso di portare frutto”. Frutti, ha poi concluso l’arcivescovo, che ancora oggi non cessano di essere fecondi e succosi dopo ben otto secoli. Uno di questi è proprio la comunità clariana leccese e il suo monastero: “Un esempio del rinnovarsi della fecondità materna e della santità di Santa Chiara è questa comunità. Questo santo luogo diviene sempre più un luogo per stare in disparte con il Signore, in comunione con il creato per ricrearsi e riconciliarsi con Dio e con se stessi”.

Ulteriore e viva espressione di quanto affermato dal presule è stata la preziosa presenza e partecipazione di tanti che hanno voluto accostare il cuore a quello di Chiara, per sentirne ancora i palpiti e carpire il segreto della sua santità e affidare a lei il proprio cammino. E lei, che dopo ottocento anni, fiammella d’amore che arde e mai si spegne cammina ancora accanto a chi la accoglie come guida e protettrice, e benedice ogni viandante in cerca di speranza.

 

Chiesa di Lecce per il Coronavirus