Una chiesa colma di luce, di volti, di storie. Così, nella serata di venerdì scorso, la chiesa parrocchiale di Santa Maria dell’Idria in Lecce si è fatta grembo accogliente per la solenne celebrazione di chiusura del Giubileo Vincenziano, indetto in occasione dei 400 anni dalla fondazione della Congregazione della Missione.

 

 

 

Era il 17 aprile 1625 quando San Vincenzo de’ Paoli dava inizio a un’avventura dello spirito destinata a cambiare il volto della carità nel mondo. Ieri, quel fuoco antico ha illuminato la navata della parrocchia vincenziana in una concelebrazione presieduta dall’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta. Al suo fianco, in un abbraccio di fraternità, hanno concelebrato don Andrea Gelardo, segretario arcivescovile, il parroco Padre Carmine Madalese e i confratelli della piccola ma operosa comunità vincenziana leccese. Il servizio liturgico, curato dai ministranti della parrocchia è stato guidato da don Mattia Murra, ha contribuito a rendere armoniosa e raccolta la celebrazione, mentre il coro, diretto dalla maestra Ines Gravili, ha elevato canti capaci di accompagnare la preghiera con delicatezza e profondità. Presenti le Suore Figlie della Carità e numerosi gruppi del Volontariato Vincenziano delle province Lecce Nord e Sud, insieme alle Associazioni della Medaglia Miracolosa provenienti da Lecce, Maglie, Corigliano, Martano e Guagnano: una costellazione di carità viva, segno concreto di un carisma che attraversa i secoli e continua a fiorire nel tessuto vivo del territorio.

Nell’omelia (IL TESTO INTEGRALE), l’arcivescovo ha richiamato con forza il senso autentico del cammino giubilare esprimendo un profondo senso di gratitudine, invitando la comunità a «ringraziare il Signore per il Giubileo» e per i 400 anni di storia della Congregazione, riconosciuti come una vera «storia di salvezza». Ma ha anche sottolineato che questo tempo non è soltanto commemorazione, ma occasione per «riprendere in mano questa storia meravigliosa» e rilanciarla verso il futuro.

Nel cuore della riflessione, Panzetta ha posto una domanda essenziale: «qual è l’eredità che questo itinerario ci lascia?». Non si tratta, infatti, di conservare un ricordo, ma di comprendere ciò che resta concretamente nella vita dopo un tempo di grazia. La prima risposta emerge dalla Parola: la riscoperta del primato dell’amore di Dio. Il vescovo chiarisce che «non è la storia di uomini e donne che hanno amato Dio, ma è prima di tutto la storia di Dio che ha amato noi». Dio prende sempre l’iniziativa: «lui ha fatto il primo passo», donando il Figlio anche quando l’umanità era lontana. Per questo motivo, ha ribadito: «non ci dobbiamo comprare l’amore di Dio», ma accoglierlo e corrispondervi. Da qui scaturiscono i tre doni fondamentali della vita cristiana, «fede, speranza e amore», che sono insieme grazia ricevuta e impegno da vivere. Il Giubileo, afferma, è stato autentico se ha fatto crescere queste virtù nella comunità.

Nella parte finale, il vescovo ha richiamato con forza la responsabilità concreta dell’amore, soprattutto verso i poveri. «La domanda più importante della nostra vita - ha ricordato - è: come ti sei comportato nei confronti dei poveri?», perché in essi si incontra Cristo stesso: “quello che hai fatto ai poveri l’hai fatto a me”. I poveri, inoltre, non sono solo destinatari di aiuto, ma anche «nostri evangelizzatori».

Infine, l’arcivescovo ha proposto l’immagine della condivisione, richiamando il Vangelo: «il vero miracolo è la condivisione». Anche ciò che è poco, se affidato a Dio, «diventa una ricchezza sovrabbondante per tutti». L’omelia si è conclusa sintetizzando l’eredità del Giubileo in tre punti fondamentali: «il primato dell’amore di Dio», la centralità di «fede, speranza e carità» e la «responsabilità dell’amore» verso i poveri. Queste indicazioni rappresentano il cammino futuro della comunità, chiamata ad accogliere il Signore che «ha bussato alle porte dei nostri cuori».

Mentre le luci della festa si abbassano, la consapevolezza generale è che non si chiude un evento, ma si spalanca una porta: si apre un nuovo inizio, quello di una vita sempre più radicata nel vangelo e resa feconda dallo Spirito. Quest’anno di grazia ha permesso di riscoprire la forza della comunità e la chiamata a essere sale della terra. L'eredità di questo Giubileo non resta confinata tra le mura di una chiesa, ma viene custodita nel cuore per essere tradotta in gesti di amore fecondo, perché “Rivestiti dello Spirito, camminiamo insieme nella missione!”

Al termine della celebrazione, in un clima di festa semplice e autentica, la comunità si è ritrovata per il tradizionale taglio della torta, gesto conviviale che ha suggellato la gioia condivisa e il senso di appartenenza. Un Giubileo che si chiude, ma che continua a vivere nei cuori e nelle mani di chi ogni giorno sceglie di amare e servire.

 

Racconto per immagini di Arturo Caprioli.

 

 

 

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