Una professoressa viene accoltellata dal suo allievo nel pieno della sua attività di insegnamento. Il danno arrecato è grave, la professoressa è in pericolo di vita e solo grazie all’intervento incisivo e tempestivo dei colleghi e dei medici che la soccorrono viene tratta in salvo.

 

 

Un fatto di una gravità inaudita, di fronte al quale si rimane interdetti, senza parole, disorientati.

Eppure, nonostante tale ferocia, si levano dai social le solite voci: dobbiamo comprendere, dobbiamo essere empatici, dobbiamo capire. Una tra tutte riporta la sintesi di queste posizioni. È quella di Massimo Gramellini, che, nella sua rubrica “Il caffè di Gramellini” scrive testualmente: “Va bene vietare i coltelli e fare la faccia severa, ma si tratta di palliativi”.

Eh no, questa volta no. È, piuttosto, giunto il momento di evitare le minimizzazioni. Le cronache sono dense di episodi come questo, che magari non raggiungono la stessa efferatezza, ma che sono figlie della stessa crisi: la crisi della scuola che in nome di una asserita cultura dell’ascolto, dell’accoglienza, del dialogo, ha smarrito una delle sue cifre fondamentali: la cifra dell’autorevolezza.

In questo magma in cui è caduta l’istituzione scolastica, il dialogo si è trasformato in confusione dei ruoli tra insegnante e allievo; l’ascolto si è declinato in giustificazione a prescindere; l’empatia in deresponsabilizzazione anche di fronte a condotte efferate. Il paradosso nel quale si rischia di incorrere attraverso queste letture giustificazioniste è che l’aggredito si trasformi in aggressore, o comunque venga ritenuto responsabile di ciò che gli è successo. E questo, francamente, è inaccettabile.

La confusione più grave, in questa situazione, è ancora un’altra: quella di confondere (o di sostituire) la causa con gli effetti.

Mai come negli ultimi decenni la didattica ha avuto come preoccupazione principale quella di “mettere al centro l’allievo”. Il risultato? L’adozione di una ratio didattica fondata sulla facilitazione, sulla riduzione dell’impegno, sulla rinuncia alle pratiche valutative. Tutte pratiche che, in nome della centralità dell’allievo, non soltanto hanno depotenziato l’efficacia della didattica, ma hanno finito con l’erodere la stessa autorevolezza dell’insegnante e, più in generale, della scuola stessa.

A farne le spese è stato uno dei principi cardine dell’azione educativa e didattica: la dismissione del criterio dell’asimmetria educativa tra insegnante e allievo, tra educatore ed educando, tra adulto e minore.

La scuola, per recuperare autorevolezza, ha bisogno di ripristinare tali “cornici”, che non sono palliativi, ma sono la condizione imprescindibile entro le quali diventa possibile l’accoglienza vera, l’empatia profonda, l’inclusione autentica. Al di fuori di queste cornici, che richiedono il ricorso al divieto, alla direttività, alla valutazione chiara e delle prestazioni, non vi può essere la tanto decantata “centralità dell’allievo”; non vi può essere empatia, non vi può essere accoglienza. E non sarà forse il caso di pensare, al di là di ogni giustificazionismo (che spesso sa di retorica), che se oggi la scuola è diventata ciò che abbiamo sotto gli occhi, non è (o non è soltanto) perché gli adulti non sanno più ascoltare, ma perché (forse), l’attuale interpretazione dell’accoglienza ha scardinato proprio quelle condizioni che rendono possibile questo ascolto?

 

Forum Famiglie Puglia

 

Mi curo di te, la sanità nel Salento. Radio Portalecce