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“La Chiesa, con queste Settimane sociali, cerca di esprimere il proprio cuore, intervenendo nei problemi del nostro Paese, facendosi prossima ad ogni albero, non per esaurirne i frutti, ma accompagnando nella rinascita e nella crescita”.

 

 

 

Lo ha affermato mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, commentando la lettura del vangelo della messa - celebrata nella concattedrale - che ha aperto la terza giornata di lavori della Settimana sociale nella città dei due mari (GUARDA). “Di fronte al saccheggiamento delle risorse, la nostra conversione sta nell’impegno personale e comunitario, nel cambiamento degli stili di vita, nella profonda fiducia nel creato, nella pazienza e nella cura. La logica della cura va in senso contrario a qualsiasi appropriazione indebita, ad ogni sfruttamento, ad ogni desertificazione”.

Mons. Santoro, che è anche presidente del Comitato scientifico e organizzatore della Settimana sociale, ha aggiunto: “vorrei che la sapienza del vignaiolo rimanesse come un segno in questa città. Avete visto quanto è bella Taranto? Spesso la condanna di essa le ha reso il destino di essere sradicata, sterile, infruttuosa, spacciata. Siamo qui per zappare intorno ad essa, per tracciare un solco che possa permettere alle sue radici di essere nuovamente irrorate di fiducia, ed è importante che a brandire questa zappa sia la Chiesa, così da testimoniare al contempo fatica, sudore, impegno e vicinanza”.

“Quando nella Laudato si’ ho letto di alcune terre con le quali abbiamo un debito ecologico, ho pensato ai crediti di questa nostra città, alle acque che sono state inquinate, all’aria che è stata tolta, alla terra che è stata battuta”, ha rimarcato l’arcivescovo.

“Taranto però, al pari del fico della parabola, non è morta! Lo constata il vignaiuolo Gesù. Taranto ha bisogno di cure ed è bello che intorno a questo albero, le cui foglie sono ancora belle e rigogliose, si sia radunata la Chiesa italiana, per annunciare e prodigarsi per i tempi nuovi”. Infine: “vi chiedo di pregare con me perché Taranto non sia più un caso ma un modello, in nome della nostra fede che è capace di fare nuove tutte le cose”.

 

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