È anche l’immagine di Alhassan Selmi sul palco di Otranto a raccontare il senso di questi giorni del Festival dei giornalisti del Mediterraneo.

 

 

Giovane giornalista, fotografo e videomaker nato a Gaza, Selmi ha documentato dall’interno della Striscia la guerra e la vita quotidiana della popolazione palestinese, collaborando con diversi media internazionali e, in Italia, anche con Presa Diretta di Rai3.

Nella serata conclusiva del Festival, condotta dal giornalista Vincenzo Sparviero, gli è stato conferito il Premio Caravella, consegnatogli dal presidente di ArtWork Paolo Babbo.

Un riconoscimento che, nel tempo drammatico che attraversiamo, assume un significato che va oltre il pur importante valore professionale: richiama la responsabilità dell’informazione, il valore della testimonianza e la libertà di raccontare anche quando raccontare significa operare dentro uno dei luoghi più difficili e pericolosi del mondo.

Ed è proprio dalla testimonianza di chi racconta la guerra che si può tornare idealmente alla domanda che aveva attraversato, nella serata precedente, un altro degli appuntamenti più partecipati della XVIII edizione del Festival: come continuare a cercare la pace mentre la guerra sembra imporsi nuovamente come linguaggio delle relazioni internazionali?

A questo interrogativo è stato dedicato l’incontro “Diplomazia cattolica e scenari globali: mediazione, pace e conflitti internazionali”.

A confrontarsi sono stati Padre Francesco Neri, arcivescovo di Otranto, Paolo Di Giannantonio, giornalista, Donatella Perna, avvocato, e Andrea De Angelis, giornalista di Radio Vaticana. A moderare la conversazione Giovanni Colonna, direttore dei servizi turistici e culturali di ArtWork.

Al centro della serata, il significato e l’attualità di una diplomazia che non si limita alla gestione dei rapporti tra gli Stati, ma continua a cercare interlocutori, occasioni di mediazione e possibilità d’incontro anche nei contesti nei quali il confronto appare più difficile.

Una prospettiva nella quale assume particolare rilievo l’azione diplomatica della Santa Sede, forte di una rete internazionale di relazioni e di una lunga esperienza maturata nei contesti di crisi. Una presenza che accompagna l’azione della Chiesa e la sua costante sollecitazione affinché alla logica delle armi possa sostituirsi quella del negoziato, senza rinunciare alla tutela della dignità delle persone e dei popoli.

Le diverse competenze dei relatori hanno consentito di affrontare il tema da più punti di osservazione: la responsabilità della Chiesa, gli strumenti del diritto e della mediazione, il ruolo dell’informazione e il difficile compito di raccontare conflitti sempre più complessi senza cedere alla semplificazione e alla polarizzazione.

E proprio la parola pace ha attraversato l’intero confronto, non come generica invocazione, ma come responsabilità da esercitare e processo da costruire. Una responsabilità che riguarda le istituzioni e la diplomazia, certamente, ma che interpella anche il mondo dell’informazione, della cultura e ciascuna comunità.

Non è apparso secondario che una riflessione di questo tipo abbia trovato casa proprio a Otranto. La città dei martiri, protesa verso l’altra sponda dell’Adriatico, porta nella propria storia i segni dolorosi dello scontro ma anche una naturale vocazione mediterranea all’incontro. Un luogo di frontiera che può diventare, proprio per questo, luogo di dialogo.

La grande partecipazione registrata durante le due serate ha confermato l’interesse per un tema che appartiene pienamente all’attualità e, nello stesso tempo, interroga profondamente la coscienza cristiana: come continuare a costruire la pace quando la pace sembra lontana?

È forse proprio qui che questi due appuntamenti di Otranto finiscono per incontrarsi. Da una parte, chi continua a raccontare la guerra, dando volto e voce alle persone che la vivono; dall’altra, chi continua a cercare attraverso il dialogo, la diplomazia e la mediazione le condizioni perché quella guerra possa finire.

Due responsabilità diverse, ma legate dalla medesima urgenza: non arrendersi all’idea che il conflitto e la contrapposizione possano essere l’unico linguaggio possibile tra gli uomini e tra i popoli.

 

 

 

 

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