Sono dodici i giovani della diocesi di Lecce (dal propedeutico al sesto anno) - domani li presenteremo più dettagliatamente - che stanno per iniziare (o riprendere) il cammino formativo presso il seminario teologico di Molfetta.

 

 

Alla vigilia di questa nuova avventura educativa abbiamo raggiunto il rettore del Regionaledon Gianni Caliandro per raccogliere pensieri e riflessioni sui progetti per l’anno formativo e più in generale sulla situazione delle vocazioni al sacerdozio ministeriale in Puglia.

 

Don Gianni, sta per iniziare il nuovo anno formativo del Seminario regionale pugliese. Quali le novità e le attese anche alla luce della nuova Ratio formationis? Quali le prospettive e le speranze?

L’anno che ci sta davanti conferma innanzitutto una ripresa del lavoro vocazionale: saranno 20 i giovani che inizieranno l’esperienza del seminario frequentandone il primo anno, e 22 quelli che si apprestano ad iniziare il propedeutico. È un segno che fa ben sperare, e ci dice come, forse, gli anni difficili del post-Covid siano ormai alle nostre spalle. La novità principale riguarda l’entrata in vigore della nuova ‘Ratio formationis’, che ha indicato chiaramente la prospettiva missionaria che deve avere l’esperienza del seminario, in vista di un ministero presbiterale sempre più aperto e capace di inserirsi in questo contesto socio-culturale. Tra le conseguenze di questo orientamento, posso citare la scelta che stiamo facendo di aumentare i giorni che i più grandi della comunità, i seminaristi di quarto e quinto anno, vivono fuori del seminario, impegnati nell’iniziazione alla carità pastorale. Ma a tutta la proposta cerchiamo di dare un respiro più missionario, nella speranza che questo possa aiutare i seminaristi di oggi ad essere preti felici e fecondi domani, senza dimenticare che la radice della missione è sempre spirituale, e che gli anni di seminario devono essere anche quelli in cui ognuno si costruisce pian piano una vita spirituale radicata e profonda. Per questo lasciamo che i primi anni siano più raccolti, per aiutare ciascuno ad arrivare ad una concentrazione del cuore che favorisca la scelta della sequela del Signore.

 

L’esperienza della missione popolare è diventata un punto fermo in ogni percorso annuale. Perché la ritenete fondamentale anche per il discernimento?

È ormai dal 2007 che il nostro seminario regionale vive questa esperienza. Ogni anno sperimentiamo  come da essa costituisca una straordinaria occasione di formazione per i seminaristi e per noi preti educatori: nelle scuole incontriamo tanti adolescenti e siamo sollecitati, anche provocatoriamente, all’ascolto, al dialogo e alla capacità di rendere ragione della nostra scelta di fede; nelle parrocchie, i seminaristi condividono quella ferialità su cui poi si gioca la qualità della vita di un prete; si creano legami di fraternità che poi durano nel tempo e che ci fanno gustare la gioia della comunione ecclesiale, nelle tante vocazioni. Insomma, posso testimoniare che, pur essendo un momento speciale e diverso da tutti gli altri, incastonato nell’anno formativo, incide molto nel cammino dei nostri giovani seminaristi. Forse è più quello che riceviamo di quello che riusciamo a dare. 

 

Lo studio della teologia è uno dei pilastri della formazione del seminario. Quanto è importante oggi avere preti colti e preparati?

Viviamo tempi in cui il rischio dell’omologazione culturale è molto forte, e per tutti i giovani diventa oggi importante lo studio come occasione di creazione di uno spirito critico. Questo vale anche per i seminaristi, che dalla tradizione di sapienza e di approfondimento della teologia devono saper trarre elementi di discernimento per l’oggi, anche per diventare capaci di dialogare con la complessità che emerge dalle storie di vita delle persone. Solo la teologia ci può fornire la capacità di affrontare queste questioni senza rifugiarci in semplificazioni o fughe astratte dalla realtà, che finirebbero per danneggiare molto la pastorale. È sempre stato così, ma oggi più che mai abbiamo bisogno di preti che stiano lontani dalla ingenua separazione tra studio e pastorale, capaci di elaborare sintesi culturali che sono un vero elemento di evangelizzazione nella nostra epoca e che costituiscono l’unica possibilità di un accompagnamento adeguato delle persone. Penso, tra i tanti esempi che si possono fare, all’urgenza di accompagnare i genitori nell’affrontare le nuove sfide educative con i figli, o alle delicate questioni della bioetica. E si potrebbero fare ancora tanti esempi. 

 

Lasciando da parte la questione numerica - anche se la Puglia, in fondo, ancora resiste rispetto alla generale crisi vocazionale dell’Occidente -, chi sono i seminaristi del terzo millennio (giovani o con una vocazione in età adulta, che hanno lasciato una carriera lavorativa o hanno seguito da subito la vocazione, con studi universitari precedenti, etc.) e come sono cambiati rispetto al passato?

I ragazzi che iniziano l’esperienza del seminario a Molfetta sono ancora caratterizzati da una età media molto giovane, anche se non mancano giovani adulti che provengono dall’università o dal mondo del lavoro, ma l’età media di tutti i seminaristi resta attorno ai 23-24 anni. Sono figli di questo tempo, bisognosi di recuperare un più sapiente rapporto con il tempo, perché sono, per così dire, “accelerati” interiormente, ma anche dotati di una grande e feconda creatività, come noi non riuscivamo ad essere. L’ambiente digitale sta cambiando il loro approccio alla realtà, che è più veloce ed aperto, ma anche più bisognoso di una sintesi sapiente e meditata. Hanno tantissime informazioni, e vanno aiutati a inserirle in un quadro generale costruito pian piano e personalmente, nella riflessione, nello studio e nella preghiera. 

 

La graduale chiusura o, nel migliore dei casi, il notevole ridimensionamento dei seminari minori diocesani, è un dato che in qualche modo condiziona e modifica la progettazione di percorsi condivisi con le singole Chiese locali? In che modo?

È innegabile ciò che sta accadendo ai seminari minori diocesani, ma questo non significa che nelle nostre diocesi stiamo rinunciando all’accompagnamento degli adolescenti, anzi in molte realtà si stanno sperimentando nuove ed efficaci proposte, che poi portano i giovani a fare l’esperienza del propedeutico, come ad esempio quelle relative ai gruppi classe dell’ultimo anno di superiori. Continuiamo a raccordarci tra di noi in incontri regionali perché questi percorsi previ al propedeutico siano omogenei e volti alle stesse mete educative. Anche in questo lavoro la presenza di un seminario regionale continua ad essere uno stimolo per un lavoro di grande comunione, ed è davvero un dono che dobbiamo coltivare tutti insieme sentendocene responsabili.

 

Qual è l’obiettivo? In altre parole, chi è il prete, o meglio, chi dev’essere il prete, che termina il cammino di preparazione a Molfetta?

Le Chiese pugliesi sono caratterizzate da alcuni aspetti che evidentemente hanno una ricaduta anche sul ministero di un presbitero. C’è ancora, grazie a Dio, una sana e diffusa partecipazione popolare, c’è una devozione popolare molto forte, una assenza dei giovani che non ci sono sul territorio e ancor meno nelle comunità parrocchiali. Si rende così necessario formare preti che sappiano continuare a stare sempre in mezzo alla gente, capaci di rispettare ed amare le sue devozioni, ma anche di innervarle di una proposta di fede più essenziale e robusta. E diventa urgente che i nostri preti giovani tornino a cercare vie di dialogo, non sempre semplici, con i diversi e complessi mondi giovanili. A Molfetta poi da qualche anno abbiamo fatto una scelta, sottolineando molto la pastorale della salute, come ispirazione a mettere al centro di ogni proposta pastorale la dimensione della cura e dell’accompagnamento.

 

 

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