Il mondo è attraversato ancora una volta, nel corso della sua storia, da venti di guerra che toglierebbero la sia pur flebile speranza anche al più accanito e convinto degli ottimisti.

 

 

 

Negli occhi e nelle orecchie da un lato i toni adori dei potenti che scelgono la guerra come unico strumento ed unica soluzione delle controversie, dall’altro le urla delle vittime - quasi sempre e quando tutte - innocenti di chi subisce quelle scelte e quelle guerre.

Ne abbiamo parlato con l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, a Lecce per intervenire nei giorni scorsi al convegno sui diritti, organizzato dall’Istituto superiore di scienze religiose “don Tonino Bello” (LEGGI),

 

Arcivescovo Ricchiuti, come credenti corriamo il rischio di “assuefarci”, di “abituarci” al clima di guerra “a pezzi”, come ebbe a dire Papa Francesco? Anche noi rischiamo di cadere nella rassegnazione che nulla possa cambiare?

 

È proprio questo il pericolo e la tentazione nei quali non dobbiamo assolutamente cadere. Dobbiamo capire che è una bestemmia convincerci che non possiamo fare nulla. È blasfemia, al pari di tante altre blasfemie alle quali stiamo assistendo. Noi possiamo fare molto. Il mio predecessore, il compianto don Tonino, diceva “In piedi, costruttori di pace!” Io non solo lo ribadisco, ma mi permetto di aggiungere anche “in cammino”. Dunque, “In piedi ed in cammino, costruttori di pace!.

 

 

Come si può ancora nel XXI° secolo usare il nome di Dio per giustificare il ricorso alla violenza e alla guerra? Ben sapendo che la storia ci insegna che la guerra è sempre una sconfitta?

 

Nella storia e nelle radici anche di noi europei abbiamo avuto spesso il culto della guerra, si pensi a Marte, il dio pagano della guerra. E poi, andando avanti nella storia, il “Dio con noi” al tempo dei crociati, fino a giungere all’abominio del “Dio con noi” delle due guerre mondiali. Pensavamo che la storia ci avesse insegnato qualcosa, fosse progredita in meglio. Ed invece, ci troviamo ancora oggi di fronte all’uso blasfemo di Dio per giustificare qualsiasi abominio. Lo ripeto: è bestemmia iniziare e poi proseguire un qualsiasi conflitto citando Dio.

 

Più volte, in questi giorni, Papa Leone ha richiamato la necessità del “coraggio del negoziato”. Come si fa a portare nel concreto le diverse e contrastanti parti in causa a sedersi attorno allo stesso tavolo e cercare delle soluzioni che contemplino tutto tranne che la guerra e la violenza?

 

Ricordo che, quando iniziò il drammatico conflitto tra Russia ed Ucraina, dopo pochi giorni come Pax Christi facemmo un comunicato ufficiale nel quale si chiedeva di far tacere le armi. Ovviamente, sapevamo che non sarebbero di certo state le nostre parole a far tacere veramente le armi. E proprio per questo tornammo ad invocare il concetto di “interposizione”. Ed è lo stesso Gesù, nel quale tutti noi cristiani diciamo - a parole - di credere, che ci dice come fare: “Rimetti la spada nel fodero”. Questo vale per ciascuno di noi nel quotidiano. Ma poi ci sono gli organismi internazionali che sono chiamati a farlo a livello planetario nei vari scenari di guerre. E a cosa assistiamo? Al boicottaggio di questi organismi da parte di pochi ma potenti.

 

 

Spesso, come credenti, ci diciamo che non dobbiamo essere e rimanere solo spettatori, ma dobbiamo essere veri “Operatori di Pace”. Cosa impedisce a ciascuno di noi di divenirlo veramente nel quotidiano?

 

Io non so davvero cosa sta accadendo a tutti noi donne e uomini di questo tempo. So solo che, se non torniamo a contemplare i volti gli uni degli altri, oltre che rischiare la dissolvenza dei corpi dietro a quei volti, corriamo il pericolo di rimanere impantanati in questo sentore e fetore di zolfo che sta pervadendo le nostre giornate e le nostre vite. Come cristiani siamo prima chiamati a fare questa rivoluzione nelle nostre quotidianità, solo dopo possiamo denunciare le cose che non vanno nel mondo.

 

 

L’Istituto superiore di scienze religiose di Lecce porta il nome di don Tonino Bello, suo predecessore alla guida di Pax Christi. Testimone come lei di pace non solo con le parole, ma anche e soprattutto con i gesti concreti. Un suo personale ricordo sia di parole di pace pronunciate nel suo tempo da don Tonino attuali ancora e soprattutto oggi; e poi anche un ricordo di gesti di pace che più lr sono rimasti impressi.

 

Riguardo alla parola, ricordo che, da parroco, una volta andai insieme a dei parrocchiani da don Tonino in episcopio a Molfetta per consegnare 50 coperte per un centro di ex tossicodipendenti. Lui non stava già bene e mi disse una cosa che non dimenticherò mai: “sto giocando in difesa!”. Prima di andar via, ci trovammo nella sua cappella; c’erano l’inginocchiatoio, la Sacra Scrittura sopra e un quaderno degli appunti accanto. Quella era la sua fonte d’ispirazione. Riguardo al gesto, non dimenticherò mai il suo volto alla fine della Marcia della pace che si svolse proprio a Molfetta il 31 dicembre del 1992. Era tornato da poco da Sarajevo. Celebrò insieme al vescovo Luigi Bettazzi, il quale alla fine della messa e rivolgendosi a lui a bassa voce, gli disse: “Guarirai, guarirai”! E vidi nel viso di don Tonino il volto di un uomo, di un vescovo, di un martire della pace. Preghiera ed azione. Grazie.

 

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Mi curo di te, la sanità nel Salento. Radio Portalecce