Facendo seguito all’intervista di Giovanni Borsa ad Andrea Lavazza, pubblicata domenica scorsa da Portalecce (LEGGI), proponiamo alcune riflessioni tratte dal volume di Catherine Belton, già corrispondente a Mosca del Financial Times(“Gli uomini di Putin. Come il Kgb si è ripreso la Russia e sta conquistando l'Occidente”, La Nave di Teseo, 2020).

 

 

Già prima dell’implosione dell’Unione Sovietica nel 1991, una dicotomia rifletteva l’ampia spaccatura all’interno dei servizi di sicurezza sovietici. E infatti, a partire dall’epoca dell’ex capo del Kgb Jurij Andropov, un’ala cosiddetta “progressista” dei servizi segreti spingeva e preparava la transizione al mercato, quale unica possibilità per sopravvivere alla rivalità con l’Occidente; la vecchia guardia, invece, osteggiava ogni segno di cambiamento. 

Fu così che i “progressisti” coltivarono una rete di agenti nel mercato nero (che in Russia è sempre esistito) e attraverso di essi fecero passare in Occidente prima oggetti di antiquariato e poi materie prime. Attraverso ondate di emigrazione, consentita e controllata, negli anni ’70 e ’80 aprirono attività commerciali dapprima in Austria e in Svizzera, e poi in tutto l’Occidente, Stati Uniti compresi (pag. 533). Così quando l’Unione Sovietica crollò definitivamente, sopraffatta dalla frenetica onda del cambiamento e dalla fuga di capitali, i progressisti del Kgb erano già in qualche modo preparati: i loro agenti erano infiltrati nei gangli dell’economia occidentale e le reti di liquidità che avevano creato all’estero rimanevano, almeno in parte, sotto il loro controllo. (pag. 533)

Iniziava così a nascere il fenomeno dei magnati o oligarchi russi, molti dei quali legati direttamente al Kgb. Altri, provenienti dall’organizzazione giovanile del Partito, più o meno in buona fede, ritenevano invece di essere protagonisti di una reale svolta liberale.

Questi ultimi giovani tecnocrati divennero il punto di forza di Eltsin negli anni ’90, costituendo la spina dorsale di quello che appariva essere il nuovo corso e che raccoglieva gli applausi e anche i primi corposi investimenti da parte dell’Occidente. Tutto sommato si trattava di una lotta tutta interna alle vecchie strutture politiche ex sovietiche, ma già dalla fine degli anni ’90, con il declino personale di Eltsin, si iniziò a capire che il Kgb(ora Fsb) stava vincendo la partita: Vladimir Putin, cresciuto nel Kgb, ne era un protagonista silenzioso ma vincente. Il diktat di Putin fu sì passare all’economia di mercato (in ciò l’Fsb si distingueva dai vetero-comunisti) ma ad un’economia di mercato rigidamente teleguidata dalla Stato e, in ultima analisi, dagli stessi eredi del Kgb. Eltsin aveva provato - senza peraltro riuscirci - ad escludere dagli incarichi ufficiali chiunque avesse lavorato per il Kgb, ma candidamente gli uomini della sua stessa amministrazione e a lui vicini gli risposero che “sarebbe stato impossibile”.

Non solo il Kgb/Fsb gradualmente si impossessò dell’economia russa, iniziando dai mezzi di comunicazione e poi dalle grandi aziende del gas e del petrolio, ma creò fondi di investimento e partecipazioni pubblico/private con grandi aziende dell’Occidente. Un Occidente che ormai aveva pericolosamente abbassato la guardia e applaudiva al nuovo uomo d’ordine di Mosca - Vladimir Putin – perdonandogli anche il giro di vite che, di volta in volta, portavano in carcere o al cimitero rivali d’affari, politici liberali, manager, giornalisti…molti dei quali “suicidi per caso”.

A Putin l’Occidente iniziò praticamente a perdonare qualsiasi cosa, compresi gli interventi militari in Georgia (nel 2008) e in Crimea (2014). Fino ad arrivare alla questione del Donbass.

In un Occidente spossato dal conflitto in Ucraina, dalle crescenti tensioni in Medio Oriente e dall'ondata sempre più massiccia di rifugiati, non si credeva che la Russia di Putin potesse veramente penetrare all’interno delle sue istituzioni politiche ed economiche. L'economia russa era stata a lungo considerata un caso disperato, e si credeva che dopo il collasso sovietico il suo servizio di intelligence internazionale fosse stato reso impotente. Erano convinti che il denaro che a fiumi si riversava in Occidente al più fosse rubato, ma non si riusciva ad immaginare che fosse in realtà un vasto fondo nero a cui poter attingere per i programmi dell'intelligence

Ma, come scrive Catherine Belton “… in tutta Europa, le vecchie reti del Kgb stavano risorgendo..." (pag. 509). E non soltanto in Europa. Già nel 2020 la Belton, in base alle sue fonti, scriveva che la vittoria di Donald Trump avrebbe portato alla fine dell’alleanza transatlantica, mentre l’Europa sarebbe morta e sepolta (pag. 531).

Certamente non è detto che sia così, ma la cronaca di queste ore relativamente al “piano di pace” per l’Ucraina fa sorgere qualche legittimo dubbio.

 

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