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“Lottare contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne è un obbligo dell’umanità” (Kofi Annan).

 

 

 

Mercoledì scorso ricorreva la giornata contro la violenza sulle donne. E per l‘occasione chiunque ha voluto comunicare il proprio dissenso verso questa forma di barbarie. Cartelloni 3x 4 affissi per le strade, spot pubblicitari con personaggi famosi e colonne sonore struggenti, ospitate di psicologi e psicoterapeuti in questo o in quell’altro programma televisivo, migliaia di post sui social dove anche la gente comune può gridare al mondo: “Si! Anche io dico ‘no’ alla violenza sulle donne”. Insomma, chiunque di noi, il 25 novembre di ogni anno dal 1999 (anno in cui l’Assemblea generale della Nazioni Unite ha istituito tale ricorrenza), sente l’esigenza di manifestare al mondo il proprio disprezzo verso coloro che maltrattano le donne. E ci crediamo davvero.

Siamo certi che la violenza sia qualcosa che non appartiene ai nostri cuori, e che per questo sia da noi condannabile. Ma è davvero così? Non ne sono certa. Chi non soffrirebbe alla vista di un volto tumefatto, chi non si sentirebbe raggelare il sangue al suono di un grido di dolore, chi non rabbrividirebbe toccando un osso fratturato. Vedere, sentire, toccare. Questa è violenza che urta i nostri sensi. È tangibile. E qualsiasi essere umano dotato di coscienza proverebbe orrore. Ma parliamo di un altro tipo di violenza, quella che i nostri sensi non riescono a captare. E di questa, ahimè, ne siamo tutti macchiati. Perché violenza è guardare una foto di una ragazza sui social e tacciarla di essere una poco di buono solo perché il suo make-up è provocante, violenza è vedere una donna per strada e rivolgerle apprezzamenti sul suo aspetto fisico, violenza è preferire impiegati di sesso maschile perché non soggetti a gravidanze.

E ancora, violento è un uomo lasciato che decide di rendere pubbliche foto che ritraggono la propria ex, quella che lui tanto ama, in atti amorosi; violenza è pensare che una donna con un look audace sia in cerca di guai. Potrei continuare ma credo che sia palese: siamo tutti violenti. Cos’è che accomuna tutti questi comportamenti? L’educazione: sin da piccoli ci insegnano come rivolgerci ai grandi, come comportarci con gli insegnanti, perfino come mangiare e come tossire.

Ma ci sono altre cose fondamentali che occorre tramandare alle generazioni future: la libertà dai pregiudizi e dai luoghi comuni, la capacità di non giudicare il prossimo e, soprattutto, il rispetto verso gli altri. Perché una persona libera da pregiudizi e rispettosa dell’altro non violenta. Né con il corpo, né con le parole. E allora anziché dedicare una giornata per manifestare contro la violenza sulle donne, passiamo i restanti 364 giorni dell’anno a insegnare l’educazione al rispetto delle donne.

 

 

Scuola Diocesana di formazione teologica

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