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A rischio non sono solo la libertà di opinione e quella di espressione, ma anche la libertà di ricerca clinica.

 

 

È preoccupato Tonino Cantelmi, professore di Cyberpsicologia presso l’Università europea di Roma e presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici (Aippc), per i possibili impatti negativi del “pensiero unico” nascosto nel testo del ddl Zan contro l’omotransfobia che dovrebbe approdare in aula a Montecitorio il prossimo 27 luglio.

“Come psichiatra - spiega - il problema che mi pongo riguarda la ricerca clinica. Mi chiedo se con questo tipo di legge sarà ancora possibile fare ricerca libera”. Fermo restando “il rispetto per la dignità di ogni persona e il netto rifiuto nei confronti di ogni forma di discriminazione e/o violenza - spiega lo psichiatra - se io avviassi una ricerca clinica partendo dall’ipotesi - certamente da verificare - che i figli delle coppie omogenitoriali possano manifestare problemi psicologici, potrei essere tacciato di omofobia”.

Per Cantelmi questo ddl “dovrebbe prevedere almeno un salvacondotto, un’eccezione riguardante la libertà di ricerca clinica che va assolutamente tutelata”. Il che significa “garantire ai clinici la possibilità e la libertà di partire da ipotesi anche negative - ovviamente da verificare - oppure di poter affermare risultati negativi, cosa già successa anche in altre parti del mondo”.

È ovvio, prosegue lo psichiatra, che “questo intervento legislativo, come già affermato autorevolmente dalla Presidenza della Cei, è superfluo poiché discriminazioni e violenze sono già sanzionate ed è anche pericoloso perché il testo contiene forti ambiguità interpretative. Non viene ben definito che cosa si intenda con il concetto di ‘omofobia’. Ecco perché sono preoccupato. Per procedere, la ricerca clinica ha bisogno di ricercatori liberi di spaziare, non ‘imbavagliati’ o imbrigliati in percorsi a senso unico”.

Insomma si tratta di un crinale scivoloso e a chi confida nel buon senso interpretativo Cantelmi ricorda che “il buon senso non alberga facilmente nel nostro Paese”. “Già la ricerca clinica in questo settore è molto delicata. Ribadisco che, con una legge come questa, un’ipotesi negativa sul tema della omosessualità e della omogenitorialità – naturalmente da valutare e verificare – verrebbe considerata come un pregiudizio, così come il sostenere la centralità delle figure genitoriali materna e paterna nei processi di crescita di un bambino”.

 

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