Primavera 1995. Aeroporto di Brindisi. In attesa di Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso dalla mafia tre anni prima.

 

 

Lei che, come il resto della famiglia Borsellino, da quando era avvenuta la strage aveva vissuto lontano dalla ribalta mediatica, da poco aveva deciso di raccogliere il testimone del fratello, perché aveva compreso che, anche se emotivamente e tragicamente coinvolti, nessuno poteva e doveva rimanere chiuso nel proprio dolore e nella propria rabbia; anche a questo puntava e punta il male di ogni tipo e di ogni tempo: subire la violenza in silenzio e non reagire.

Si trattava, dunque, di una delle prime uscite pubbliche che da quel momento, e sino alla sua prematura morte avvenuta nel 2018, avrebbero portato la signora Rita in tutta Italia e non solo, ad incontrare migliaia di persone, giovani soprattutto. L’Azione cattolica parrocchiale di Campi Salentina ebbe il dono di averla ospite per una testimonianza straordinaria che rimarrà per sempre scolpita nel cuore e nella memoria dei tanti che vi parteciparono. E la testimonianza della signora Rita iniziò proprio in aeroporto. Tra i tanti passeggeri in arrivo o in partenza, tra lei e gli organizzatori dell’evento si stabilì fin da subito un contatto ed uno scambio di volti.

Fu facile riconoscerla; ma la bellissima sorpresa fu lei, in quanto li trattò come se si conoscessero da sempre, coinvolgendoli con la sua simpatia ed incredibile dolcezza. Si comprese in quel momento, che si è veri testimoni in ogni momento della vita; che si può testimoniare anche con la dolcezza del volto; che il buio si può e si deve sconfiggere con la luce; che l’odio può essere contrastato eliminando e non aggiungendo altro odio. Fu semplice intuire che non bastano, i “testimoni”, ma occorrono i “testimoni dei testimoni”; persone, cioè, pronte a raccogliere e continuare la testimonianza di chi non si arrende all’odio, al buio, al male di ogni tempo e di ogni luogo.

Il 19 luglio 1992 veniva fatta saltare in aria quasi un’intera via, perché il giudice Paolo Borsellino ed i componenti la sua scorta (Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Fabio Li Muli, Claudio Traina) non potessero avere scampo. Circa due mesi prima, stessa dinamica; veniva fatto saltare in aria un intero tratto di autostrada che dall’aeroporto conduceva a Palermo, all’altezza di Capaci, per eliminare il giudice Giovanni Falcone insieme alla moglie Francesca Morvillo ed alla scorta (tra cui il nostro conterraneo caposcorta Antonio Montinaro, oltre che a Vito Schifani e Rocco Dicillo).

In entrambi i casi, servitori dello Stato colpiti mentre facevano ritorno presso i loro affetti (a casa della madre in Via D’Amelio nel caso di Borsellino) o più semplicemente presso la propria città (Palermo, nel caso di Falcone). Il male, in quella tragica estate, non si accontentò di togliere la vita, ma volle dare un messaggio ulteriore: quello di colpire la normalità, la quotidianità, la serenità, i luoghi e gli affetti legati e legate a quelle vite sottratte alla storia dell’umanità.

È il male ad insinuarsi nella testa, nel corpo, nel cuore, nell’anima di chi glielo consente poco alla volta, un sorso alla volta, un centimetro alla volta, una scelta sbagliata alla volta. Ed è il male, dunque, prima ancora delle persone attraverso le quali esso agisce, che siamo chiamati a fronteggiare passo dopo passo, con ferma pazienza e paziente fermezza, poco alla volta, un sorso, un centimetro, una scelta corretta alla volta. Non per inseguirlo sullo stesso cliché; non per emularlo con la stessa dinamica. Ma standogli di fronte senza paura, con la schiena dritta, guardandolo dritto negli occhi e dicendogli: “puoi eliminare un corpo, ma non eliminerai mai la sua testimonianza, le sue idee, i suoi valori, la sua anima!”. Proprio come hanno fatto quei servitori dello Stato in quella tragica estate del 1992, insieme ai tanti altri che, come loro, hanno deciso in tempi non sospetti di tenere fede alle scelte compiute, nonostante incombesse ogni giorno per loro il pericolo della vita.

E come hanno fatto tanti “testimoni dei testimoni” che, come Rita Borsellino, hanno accolto, raccolto e portato avanti l’esempio ed il messaggio di speranza di chi ha creduto in un futuro nel quale fossero finalmente l’amore, la luce, la dolcezza dei volti ad avere l’ultima parola. Anniversari e commemorazioni come quella della strage di Via d’Amelio, aiutino ciascuno di noi ad essere fermamente convinti che possiamo e dobbiamo fare tanto, molto. A partire dal donare uno sguardo di dolcezza a chi incontriamo per strada ogni giorno, gesto e scelta che possono significare l’inizio di una nuova umanità. L’etica del volto tanto cara a don Tonino Bello.

Mi sia consentito, in conclusione, di condividere un ricordo tutto personale riguardante Rita Borsellino. In una delle tante circostanze nelle quali la signora è stata ospite di manifestazioni in Salento, al termine della stessa avrebbe dovuto partecipare ad una cena insieme agli altri illustri ospiti; mentre scendeva dal palco con tutte le autorità, da lontano cercò il mio sguardo, mi fece segno di avvicinarmi e mi sussurrò all’orecchio: “ti prego, sollevami dal partecipare alla cena ufficiale, portami a casa tua, voglio stare un po’ con la tua famiglia come se fossi con la mia di famiglia!” E fu così che, mentre la sua scorta stazionava sotto la nostra piccola casa, trascorremmo una delle serate più belle ed indimenticabili della nostra vita familiare, alla presenza di un volto e di un’anima dolce. 

 

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Mi curo di te, la sanità nel Salento. Radio Portalecce