Alcuni media (tra cui Avvenire) hanno accennato, a margine del viaggio di Papa Leone XIV in Angola, all’ingombrante presenza cinese nel continente africano.

 

 

 

Su avvenire.it del 20 aprile leggiamo, per esempio, della spianata di Kilamba, “…immenso agglomerato targato Pechino che per l’alto costo degli appartamenti è stato l’emblema dell’assalto economico al Paese equatoriale giunto dall’Asia”.

Tradizionalmente la presenza cinese in Africa si basava sul principio della non interferenza negli affari interni degli Stati partner. Questo approccio ha consentito a Pechino di promuovere investimenti infrastrutturali, prestiti e aiuti, offrendo agli Stati africani un’alternativa ai creditori occidentali e consolidando un’immagine di potenza emergente, in apparenza amica del Sud globale, senza imporre condizionamenti politici diretti.

Ma il missionario comboniano Padre Giulio Albanese, in un approfondimento pubblicato su Limes n.12/2025 (pagg. 173-177), racconta che a partire dagli anni ’90 e poi con un’accelerazione sotto la guida di Xi Jinping dopo il 2015, la strategia cinese ha subito un’evoluzione significativa: la Repubblica Popolare non si limita più a essere investitore e creditore, ma mira attivamente a influenzare le elite politiche africane, trasferendo un modello di “governance” centrato sul ruolo dominante del Partito comunista cinese (Pcc), “…enfatizzando la disciplina di partito, la supremazia del partito sullo Stato e il governo attraverso l’apparato politico, in contrasto con i modelli democratici pluralisti affermati in diverse costituzioni africane”. È nata così una rete transnazionale di formazione politica basata sul modello cinese: Pechino prevede per il triennio 2025-27 la formazione di circa mille funzionari di partito africani, confermando l’espansione di una vera e propria “diplomazia di partito”. In particolare, la Mjnls è la prima scuola politica cinese su scala regionale - con sede in Tanzania - rivolta ai partiti al potere di sei Paesi dell’Africa australe: Angola, Mozambico, Namibia, Sudafrica, Zimbabwe, Tanzania. Questi partiti al potere sono tutti ex movimenti di liberazione.

Secondo Padre Albanese, la Cina opera con una logica di lungo periodo, costruendo capacità di influenza che trascendono la singola amministrazione o ciclo politico, puntando a generare continuità e fedeltà istituzionale verso la Repubblica Popolare cinese. Pur dichiarando di non voler esportare il proprio modello politico, la creazione sistematica di scuole, istituti e reti partitiche suggerisce l’obiettivo di costruire una comunità di governance sino-africana basata su valori e logiche politiche assolutamente convergenti.

È per questo motivo che analisti e studiosi africani segnalano come l’espansione delle scuole di partito e delle iniziative formative del Partito comunista cinese possa ostacolare la maturazione democratica, la libertà di espressione e l’autonomia politica nazionale degli Stati africani.

Scrive Padre Giulio Albanese: “Pechino non è più soltanto un partner commerciale o un prestatore di fondi, ma un attore politico-ideologico capace di plasmare strutture di potere e di influenzare la prossima generazione di leader locali…”.

Dunque, quella che negli anni ’90 appariva un’amicizia disinteressata, suggellata dalla concessione di prestiti e investimenti a condizioni favorevoli, si è trasformata in una morsa politica che rischia di essere più soffocante che mai.

Non a caso il saggio di Padre Giulio Albanese ha per titolo: come convertire gli Africani al modello politico cinese…

 

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