Sabato scorso a Roma, nell'ambito della mobilitazione globale 'Together-Contro i re e le loro guerre' (in contemporanea con altre città del mondo tra cui Londra e New York), si è svolto il corteo del movimento “No Kings”, che si è snodato fino a Piazza San Giovanni.

 

 

Alla manifestazione erano presenti anche i leader di Avs e il segretario della Cgil Landini.

I media riportano che nel corso del corteo, nei pressi della basilica di Santa Maria Maggiore, sono state esposte le foto a testa in giù della premier Giorgia Meloni, del ministro della Giustizia Carlo Nordio e del presidente del Senato Ignazio La Russa, accanto a una ghigliottina in legno.

Ciò che colpisce non sono tanto le foto con le teste in giù (espressione sia pur discutibile di dissenso politico), ma l’accostamento alla ghigliottina, nell’ambito della manifestazione promossa dal nuovo movimento che si definisce appunto “No Kings”.

Nell’iconografia rivoluzionaria tagliare la testa al re e alla eegina è immagine che da sempre riveste un posto privilegiato. Non esprime solo la rabbia di un momento tragico, ma il compimento e l’auto-realizzazione della Rivoluzione, che è cosa ben diversa dalle episodiche rivolte popolari.

La ghigliottina fu lo strumento privilegiato della Rivoluzione francese per “purificare” la nazione dai “nemici” interni, fossero essi monarchi, nobili (pochi), contadini, preti o suore (tanti).

Le ghigliottine di tutta la Francia (non solo a Parigi) lavorarono tanto e fecero scorrere sangue a fiumi, specie fra il 1792 e il 1794.

La ghigliottina è lo strumento che - eliminando il dissenso - anticipa lo Stato totalitario, gestito esclusivamente da chi si auto-investe di una superiore moralità civica.

Dispiace che, nell’ambito di tale “superiore moralità civica”, anche certo pacifismo non riesca a prescindere dalla ghigliottina: fosse anche quello di pochi (?) estremisti.

 

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