Anche se ampiamente sottaciute dai media e dalle ong umanitarie, l’Iran da molti giorni è nuovamente scosso da grandi proteste di piazza, con lo strascico (purtroppo consueto) di arresti e durissime repressioni, con un bilancio di vittime che si aggrava di ora in ora.

Questa volta i protagonisti delle manifestazioni popolari (considerati “nemici di Dio”) non sono solo le minoranze etniche e religiose, come gli arabi sunniti o i curdi, o gli studenti universitari o le giovani donne insofferenti del velo, ma anche i commercianti e in genere tutta la classe media impoverita dall’inflazione. Non manca addirittura chi invoca il ritorno nel Paese degli eredi della dinastia Pahlavi, nella speranza di conquistare libertà dall’oppressivo regime degli ayatollah e un minimo di progresso civile ed economico. È come se le lancette dell’orologio tornassero a guardare a quel 1979, quando tutto cominciò…
In un suo libro del 2008 (Generazione del fronte, Guerini & Associati, pagg. 153) Renzo Guolo, professore ordinario di sociologia presso l’Università di Padova e autore di numerose pubblicazioni sull’Islam, illustrava i complessi meccanismi religioso-istituzionali dell’Iran. Punto di partenza è ovviamente la rivoluzione del 1979, vero spartiacque non solo della politica iraniana ma anche di quella mediorientale.
Un primo dato da tenere in considerazione è che la Rivoluzione khomeinista non rappresenta un caso di rivincita della tradizione islamica, bensì un’assoluta innovazione politico-religiosa. Per capirlo bisogna innanzi tutto andare alle origini della fede sciita.
Come noto, i musulmani si dividono in due grandi famiglie: sunniti e sciiti. Questi ultimi sono presenti come minoranze in molti paesi arabi, tranne che in Iran e in Iraq, dove invece costituiscono la maggioranza della popolazione.
Ciò che distingue i due gruppi è che gli sciiti riconoscono come legittimi successori di Maometto solo i suoi discendenti di sangue. Questa linea di successione s’interrompe nell’anno 874, quando il Dodicesimo Imam, Muhamad al Mahdi, scomparve misteriosamente. Per gli Sciiti si trattò di una vera e propria catastrofe religiosa, perché, al contrario dei Sunniti, nessuno che non sia della linea di sangue di Maometto è legittimato a guidare politicamente la comunità islamica. L’imam per gli Sciiti è infatti l’unico rappresentante di Dio in terra, che esercita la funzione di suprema guida politica e religiosa della comunità.
All’indomani della scomparsa del Dodicesimo Imam gli Sciiti hanno iniziato a raccontare che in realtà il Mahdi è solo nascosto: tuttora ne attendono la rivelazione, come una specie di messia islamico che deve manifestarsi nel tempo.
Se il Dodicesimo Imam è nascosto, ma comunque presente, è evidente che per gli Sciiti (c.d. duodecimani) qualsiasi altro potere è illegittimo, in quanto usurpa la sola autentica autorità che per diritto divino possa governare.
E tuttavia l’illegittimità del potere mondano, fosse quello dei califfi sunniti o della monarchia persiana dei Palhavi, non spingeva il mondo sciita alla rivolta. Almeno fino al 1979.
È da Khomeini in poi che le cose sono radicalmente cambiate. Prima di Khomeini, infatti, la teologia sciita imponeva - perdurante l’assenza del vero Imam - l’obbedienza al potere costituito, senza eccessive distinzioni.
Con l’avvento di Khomeini, invece, vince una nuova corrente teologica interna al mondo sciita (una specie di teologia della liberazione sciita) che si basa soprattutto sugli scritti del sociologo e filosofo Alì Shariati (1933-1977).
Che cosa diceva questo filosofo laico trapiantato in Europa? Negli anni ’60 Alì Shariati diventa un severo critico del clero iraniano, che viene accusato di essere “quietista” rispetto al potere dello Scià. In particolare, Shariati auspica che il clero sciita diventi politicamente attivo, movimentista, occupandosi dei poveri e degli oppressi che vanno riscattati per mezzo della lotta politica. In ciò Shariati usa la metodologia di analisi sociale propria del marxismo: non a caso siamo negli anni ’60 e la sociologia marxista fa sentire i suoi effetti anche all’interno del mondo islamico.
Per Shariati l’attesa dell’imam nascosto non implica affatto una accettazione passiva della politica altrui, specie se ingiusta. Tale, per esempio, veniva considerata la sottomissione allo Scià e alla famiglia reale dei Pahlavi.
Khomeini alla fine degli anni ’70 riprende questi temi affermando che il clero sciita deve diventare protagonista dell’instaurazione di uno Stato completamente islamizzato in tutti i suoi aspetti e soprattutto nei suoi vertici. E’ questo in particolare il compito del basso clero sciita (mullah), un clero che Khomeini vuole combattente e movimentista in contrapposizione al clero di corte, accusato negli anni ’70 di subalternità e di collaborazionismo con il regime filo-occidentale di Reza Palhavi.
Come già il fondamentalismo di matrice sunnita – tipo quello praticato da Osama Bin Laden o dall’Isis – dunque anche il fondamentalismo sciita contesta i religiosi moderati, ritenuti traditori in quanto collusi con la modernità e con i regimi arabi filo-occidentali. Da qui anche la contrapposizione con gli Sciiti del vicino Iraq, considerati eccessivamente “quietisti” e insensibili al fascino rivoluzionario della sociologia di derivazione marxista.
Durante l’assenza del Dodicesimo Imam e in attesa della sua epifania finale, per Khomeini il potere politico deve quindi essere assunto da una Guida Suprema. Khomeini si attribuì questo titolo e in previsione della sua morte designò quale successore l’attuale Guida Suprema, Alì Khamenei, colui che da anni viene aspramente contestato per aver ridotto in catene e in soprattutto in miseria il popolo iraniano. Quello stesso popolo che, pur diviso in varie fazioni, oggi fa barricate per le strade e rischia la forca; persino in nome dello Scià.

