Lo scorso 7 maggio 2026 il Movimento per la vita (Mpv) ha diffuso un comunicato stampa relativo alla delibera approvata nell’aprile 2026 dalla nuova giunta regionale della Campania, presieduta da Roberto Fico (Cinque Stelle), sull’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico fornito a domicilio.

Raccogliendo il commento di Marina Casini, presidente del Movimento per la vita italiano, il comunicato stampa evidenzia come il provvedimento campano introduca il Percorso ambulatoriale coordinato e complesso (Pacc), consentendo di completare l’aborto farmacologico anche a domicilio, spostando fuori dall’ospedale una fase comunque decisiva del percorso.
È qui che la narrazione della cosiddetta “autodeterminazione” della donna fatta dalla Regione Campania mostra tutta la sua ambiguità più evidente: si può davvero parlare di maggiore libertà quando si trasferisce sulla donna, spesso in condizioni di fragilità, il peso di un evento che per sua natura è tutt’altro che neutro?
Si legge nel comunicato stampa: “La scelta di rendere possibile la seconda somministrazione del farmaco a casa viene presentata come un ampliamento dell’accesso e un adeguamento a standard ritenuti sicuri dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma la sicurezza clinica, da sola, non esaurisce la questione. La medicina non è mai solo tecnica: è relazione, accompagnamento, contesto. E proprio il contesto qui cambia radicalmente, perché l’atto si consuma - letteralmente - nella solitudine domestica”.
È lecito chiedersi - prosegue il Movimento per la vita - se questa fosse davvero l’urgenza più pressante per un sistema sanitario come quello campano che fatica su molti altri fronti: liste d’attesa, medicina territoriale, carenza di personale…
In questo quadro si inserisce il giudizio di Marina Casini, presidente del Mpv, che interpreta la delibera come un segnale regressivo, non di progresso civile. Il suo intervento rilasciato per Punto Famiglia dà voce a una preoccupazione che attraversa una parte significativa della società: “La delibera campana rappresenta un ulteriore atto oscurantista, esattamente l’opposto di un progresso di civiltà. È assurdo banalizzare l’aborto fino a ridurlo a un gesto ordinario; è assurdo scaricare sulla donna - madre del figlio che vive e cresce dentro di lei - il peso di una scelta così grave, che può lasciare ferite profonde nella sua psiche. Condivido quanto ha scritto su Avvenire don Maurizio Patriciello il 25 aprile scorso. Siamo di fronte a una barbarie, a una guerra contro le donne e contro i bambini in viaggio verso la nascita. Come possiamo invocare la pace mentre si colpisce il grembo materno in nome del progresso? Aveva ragione Madre Teresa di Calcutta”.
“Ma siamo davvero sicuri che le donne siano libere? Ci chiediamo che cosa le spinge a rinunciare alla nascita del proprio figlio? Facciamo abbastanza per spezzare la loro solitudine, per condividere il peso delle difficoltà, per liberarle dai condizionamenti? C’è una inquietante cecità morale, una sorta di anestesia delle coscienze. Non possiamo assuefarci, non possiamo rassegnarci. Non possiamo permettere che il male diventi banale - come ricordava Hannah Arendt -. Occorre dare voce ai bambini che non possono parlare, riconoscere che sono figli di tutti, e costruire una società capace di accoglierli sostenendo davvero le madri, le coppie, le famiglie. Non sono ‘grumi di cellule’ o vite potenziali: sono esseri umani, persone uniche e irripetibili. Senza ciascuno di loro l’umanità è più povera. Il fatto che si trovino nel grembo materno non cambia questa realtà; piuttosto ci dice che quelle madri non devono essere lasciate sole. Hanno diritto a essere aiutate, non giudicate; a non avere come unica soluzione l’aborto; a essere informate che esistono alternative, come il parto in anonimato o l’accoglienza da parte di altri.
*vicepresidente Centro aiuto alla vita - Lecce

