Un incontro atteso e significativo quello che si è svolto in cattedrale, dove l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta ha incontrato per la prima volta, da quando guida l’arcidiocesi di Lecce, le comunità del Cammino Neocatecumenale durante la celebrazione della liturgia del Vespro.

Un momento di comunione ecclesiale nel quale il pastore della diocesi ha potuto incontrare direttamente i fratelli delle comunità presenti nelle parrocchie del territorio. Presenti anche i parroci don Fernando Doria, Padre Carmine Madalese, mons. Piero Quarta e don Egidio Buttazzo.
Prima dell’omelia, il catechista itinerante per il Salento Rino Petruzzelli ha presentato al vescovo la realtà diocesana del Cammino attraverso uno striscione, segno tradizionale con cui le comunità si presentano al proprio pastore.
Nel suo intervento il catechista ha ricordato le origini del Cammino Neocatecumenale, richiamando l’esperienza vissuta dal fondatore Kiko Argüello. Ha sottolineato innanzitutto che Kiko non aveva pensato né progettato di fondare un cammino ecclesiale. La sua esperienza nasce piuttosto da una scelta radicale di vita: vivere tra i poveri delle baracche di Palomeras Altas, alla periferia di Madrid, secondo la spiritualità di Charles de Foucauld, caratterizzata dalla vita nascosta di Cristo a Nazareth e dalla presenza del Signore nei poveri.
In quel contesto di estrema povertà e marginalità sociale, Kiko viveva semplicemente condividendo la vita con gli ultimi, senza alcuna intenzione di creare un itinerario di fede strutturato.
Il catechista ha ricordato come all’origine di questa esperienza vi sia anche un evento spirituale molto significativo per il fondatore: l’apparizione della Vergine Maria, che avrebbe affidato a Kiko un mandato preciso, la Vergine ha detto:
«Bisogna fare comunità come la Sacra Famiglia di Nazareth, che vivano in umiltà, semplicità e lode, dove l’altro è Cristo».
Questo invito viene considerato il primo mandato del Cammino Neocatecumenale: formare piccole comunità cristiane nelle quali i fratelli imparano a vivere il Vangelo nella vita quotidiana, riconoscendo nel fratello la presenza stessa di Cristo.
È stato ricordato anche un episodio simbolico della vita di Argüello. Quando insegnava pittura aveva promesso al preside di arrivare puntuale alle lezioni; tuttavia, la vita tra i poveri delle baracche lo metteva continuamente di fronte a situazioni imprevedibili. In un’occasione raccontò che alcuni cani gli impedirono il passaggio, interpretando quell’episodio come segno delle resistenze del mondo pagano all’annuncio del Vangelo.
Questo racconto è stato richiamato per sottolineare un aspetto fondamentale: la fede non nasce da progetti programmati dall’uomo, ma dall’azione dello Spirito Santo nella storia. Come ricorda il Concilio Vaticano II nella costituzione Lumen gentium, lo Spirito distribuisce tra i fedeli carismi e doni per l’edificazione della Chiesa.
Il Cammino, dunque, non nasce da un progetto pastorale costruito a tavolino, ma da un’esperienza di discernimento dell’opera di Dio nella storia: prima di chiedersi cosa fare, occorre chiedersi che cosa Dio vuole.
Il catechista ha poi illustrato brevemente il percorso delle comunità presenti nella diocesi, soffermandosi sulle prime tappe del Cammino, caratterizzate dalla centralità della Parola di Dio.
Fin dagli inizi il Cammino ha introdotto nelle parrocchie una prassi pastorale significativa: i fedeli stessi preparano insieme le celebrazioni della Parola durante la settimana e collaborano alla preparazione dell’Eucaristia. Questo lavoro comunitario porta i fratelli a confrontarsi direttamente con la Scrittura.
Per l’approfondimento dei testi biblici viene utilizzato anche il Lessico biblico-teologico di Xavier Léon-Dufour, che aiuta a collegare tra loro i vari passi della Bibbia. In questo percorso molti fratelli scoprono di avere una conoscenza limitata delle Scritture: non è raro accorgersi di non sapere chi siano per esempio i profeti Abacuc o Osea, o di conoscere poco libri come Isaia o i Numeri. Questo continuo confronto con la Parola diventa così una vera scuola di fede.
Dopo circa due anni di cammino si arriva alla tappa del primo scrutinio, nel quale i fratelli si confrontano con la propria fede e con la realtà concreta della vita comunitaria.
Molti scoprono di non avere ancora una fede autentica: emergono giudizi, divisioni e difficoltà a sopportarsi reciprocamente. Questa esperienza diventa una delusione salutare dell’idea che si aveva della comunità cristiana.
La scoperta fondamentale è che non sono i fedeli a creare la comunità, ma è Cristo stesso che la genera.
Il cammino prosegue poi con il secondo scrutinio, nel quale emerge il tema della lotta spirituale e della rinuncia a Satana e alle sue seduzioni.
Segue la tappa della preghiera, nella quale i fratelli ricevono dal vescovo il Salterio e iniziano a pregare quotidianamente la liturgia delle lodi, imparando a discernere la volontà di Dio.
Successivamente si giunge alla Traditio del Vangelo, nella quale i fratelli ricevono il mandato di annunciare la buona notizia nel territorio della parrocchia.
Il cuore di questo annuncio è il kerigma cristiano: Dio ama l’uomo così com’è. Infine, l’ultima tappa quella del Padre nostro e dell’elezione.
Dopo la presentazione del Cammino, l’arcivescovo Panzetta ha preso la parola per l’omelia, parlando con grande libertà e franchezza, consapevole della maturità dell’assemblea e della profondità dell’esperienza di fede delle comunità.
Il commento si è sviluppato a partire dalla Lettera di San Paolo ai Filippesi, proclamata nella lettura breve dei vespri nella liturgia del giorno.
Il vescovo ha chiarito di non aver scelto una lettura particolare per l’occasione: “Non ho scelto un brano apposito per questa celebrazione. Ho voluto accogliere la Parola che la liturgia della Chiesa ci offre oggi, perché Dio parla nella storia”.
Il cuore dell’omelia è stato il richiamo al fatto che il bene che l’uomo compie non nasce dalle sue forze, ma dall’opera salvifica di Cristo. “Il bene che noi facciamo lo facciamo con trepidazione, perché è Dio che opera in noi. Non siamo noi a compiere il bene: è grazie ai meriti di Cristo, al kerigma e all’opera dello Spirito Santo che possiamo compierlo”.
L’arcivescovo ha ricordato che l’uomo, da solo, non è capace di compiere il bene. È stato necessario l’intervento di Cristo nella storia dell’umanità: la sua morte e risurrezione hanno aperto una possibilità nuova per l’uomo.
Commentando poi la Lettera ai Filippesi, l’arcivescovo ha condiviso anche il suo desiderio pastorale per la diocesi: non una Chiesa semplicemente efficiente o organizzata, ma un popolo profondamente unito a Cristo.
Richiamando le parole dell’apostolo Paolo, che afferma di amare la comunità «nelle viscere di Cristo Gesù», il vescovo ha confidato che quelle parole lo commuovono profondamente.
Il suo augurio per i fratelli presenti e per tutta la diocesi è che i fedeli possano diventare un popolo innestato nelle viscere di Cristo.
Nella mentalità biblica, infatti, le “viscere” indicano il luogo più profondo dell’amore e della misericordia. Essere innestati nelle viscere di Cristo significa vivere dell’amore stesso di Cristo, lasciarsi trasformare dalla sua grazia e imparare a guardare gli altri con la stessa misericordia con cui il Signore guarda ogni uomo.
Proprio guardando alle comunità presenti, l’arcivescovo ha riconosciuto che in esse si sperimenta già una particolare intimità con il Signore. È questa esperienza concreta di fede, vissuta nella vita delle comunità, che gli ha permesso di esprimere con libertà il suo desiderio pastorale.
Per questo il vescovo ha potuto parlare con franchezza: perché ha riconosciuto nelle comunità del Cammino una realtà ecclesiale che vive un rapporto reale con Cristo attraverso l’ascolto della Parola, la vita fraterna e la liturgia.
In questo passaggio dell’omelia è emersa anche una dimensione molto personale del ministero pastorale dell’arcivescovo. Il sogno di Panzetta per la Chiesa di Lecce - ha lasciato intendere - non è quello di una diocesi semplicemente efficiente dal punto di vista organizzativo, tecnicamente ben strutturata o capace di programmare perfettamente la pastorale.
Il desiderio più profondo del pastore è un altro: una Chiesa innamorata di Cristo.
Una Chiesa nella quale i fedeli siano uniti al Signore e tra di loro non per strategie o programmi, ma perché radicati nell’amore di Cristo.
Rivolgendosi direttamente ai fratelli delle comunità presenti, l’arcivescovo ha voluto concludere il suo intervento con parole semplici e cariche di affetto, sottolineando la dimensione fraterna del suo ministero: “Vi parlo come fratello e come pastore”.
Una frase che ha sintetizzato il tono dell’intero incontro: da una parte la paternità del vescovo che guida la Chiesa diocesana, dall’altra la fraternità di chi condivide con il popolo di Dio lo stesso cammino di fede.
L’incontro non si è concluso con la celebrazione liturgica. Al termine del Vespro, infatti, l’arcivescovo si è fermato a cena con tutti i fratelli delle comunità, condividendo un momento di fraternità che si è protratto fino a tarda sera.
Durante la serata il vescovo ha raccontato alcuni aneddoti della sua vita e ha condiviso riflessioni sulla bellezza della storia della diocesi di Lecce, in un clima semplice e familiare che ha rafforzato il senso di comunione tra il pastore e le comunità.
Un momento che molti fratelli hanno vissuto come un segno concreto della paternità del loro vescovo e della comunione della Chiesa.

